Alla fine, ha vinto il numero più prudente. Il 3,1% del deficit/Pil 2025, certificato da Eurostat, su input dell’Istat, chiude – almeno per ora – la porta all’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo. Un risultato che, guardato da lontano, appare lineare. Ma che, osservato da vicino, racconta una storia più complessa.
Per settimane, infatti, la partita si è giocata su dettagli tecnici tutt’altro che irrilevanti. In particolare, sulla corretta imputazione temporale di alcune componenti legate ai crediti edilizi. Il Tesoro ha sostenuto che una parte di questi flussi, pur contabilizzati nel 2026, fosse di competenza economica del 2025. Una distinzione che, nel linguaggio della contabilità europea, può fare la differenza.
Non si trattava di un artificio, ma di una lettura possibile all’interno delle regole del Sec 2010. E infatti le interlocuzioni con i tecnici dell’istituto di Via Balbo erano andate avanti, lasciando intravedere uno spazio per una revisione. Non sufficiente a stravolgere i conti, ma abbastanza per avvicinare quel 3% che rappresenta una soglia più politica che economica.
Poi il processo si è fermato. O, più precisamente, si è irrigidito. L’Istat e il suo presidente Chelli hanno mantenuto la linea più conservativa, rivendicando il proprio ruolo di garante della correttezza statistica. Una posizione formalmente inattaccabile, ma che ha alimentato più di un interrogativo sulla gestione complessiva del confronto tecnico.
Il punto non è mettere in discussione l’indipendenza dell’istituto, quanto piuttosto il grado di apertura nel valutare soluzioni alternative, comunque compatibili con il quadro normativo europeo. Anche perché, nel frattempo, il dato complessivo racconta un’Italia che ha fatto la sua parte: deficit in calo, avanzo primario, conti sotto controllo.
E qui emerge il vero nodo. La regola del 3% continua a funzionare come una soglia rigida, poco sensibile alla qualità dell’aggiustamento. Così può accadere che un Paese con fondamentali in miglioramento resti sotto procedura, mentre altri, con squilibri più marcati, godono di margini più ampi.
Il risultato è che la decisione finale assume inevitabilmente un carattere politico. Non nel senso di arbitrario, ma nel senso che la lettura dei numeri conta quanto i numeri stessi. E in questa lettura, l’Italia non ha trovato lo spazio che sperava. Anche perché, e spiace dirlo, ci sono italiani che hanno remato contro il proprio Paese e contro i loro stessi interessi.
Il giudizio formale arriverà a giugno, ma la sostanza è già scritta. E lascia aperta una domanda: quanto pesa davvero un decimale, quando si tratta di valutare la solidità di un’economia?
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