L’IA non ti dà mai torto. E già questo dovrebbe metterti in allarme. Non abbiamo ancora sciolto i nodi dell’educazione finanziaria, ed ecco un altro gap da colmare per gli italiani, che sono chiamati a sfogliare l’abbecedario anche per affrontare i sistemi educativi che integrano in modo equilibrato intelligenza umana e artificiale. Già, perché guai a considerare l’IA solo come un’abilità, si tratta di una competenza che richiede studio e non solo esercizio, teoria e non solo prassi.
Iniziamo dai ritardi. Il terzo rapporto di Look4ward, l’Osservatorio permanente sull’evoluzione delle competenze promosso da Intesa Sanpaolo in collaborazione con l’Università Luiss Guido Carli, evidenzia una diffusione tecnologica lenta (solo il 31% delle aziende italiane ha già adottato o sta sperimentando soluzioni di intelligenza artificiale) cui peraltro non corrisponde un adeguato sviluppo delle competenze: l’85% delle imprese con IA ha avviato o sta progettando percorsi formativi dedicati, ma solo il 19% ha percorsi strutturati e continuativi. Il 48% si ferma a iniziative occasionali o pilota. Ma soprattutto il 46% dei dipendenti non ha ricevuto alcuna formazione specifica sull’IA e quasi la metà delle imprese (il 44%) non prevede di effettuare investimenti in ambito formativo nei prossimi 12/24 mesi, evidenziando la persistenza di un disallineamento tra adozione dell’innovazione e sviluppo del capitale umano.
L’analisi empirica
Il rapporto Look4ward si occupa del mondo delle imprese, ma anche del mondo scolastico e accademico. All’interno del report è stata condotta anche un’analisi empirica che ha coinvolto 800 persone, prevalentemente studenti, per approfondire l’impatto dell’IA sui processi cognitivi da cui emerge che nei compiti a bassa complessità l’assenza di supporto tecnologico favorisce coinvolgimento, apprendimento e motivazione; mentre nei compiti ad alta complessità l’IA rappresenta un supporto efficace, capace di migliorare la qualità delle decisioni.
Insomma, se si usa l’IA per replicare mail e documenti standard, paradossalmente si determina decadimento cognitivo. Se la si usa per affrontare problemi complessi aiuta a far evolvere il sistema cognitivo. Quindi favorisce lo sviluppo cognitivo di chi ne fa uso solo se in presenza di questioni complicate. Il valore dell’intelligenza artificiale non è universale, ma contingente e dipende dal modo in cui viene integrata nei processi educativi e professionali. Non è una soluzione neutra. Non può essere ridotta solo a un’abilità.
C’è un bluff che si deve scoprire: l’IA inebetisce se la si usa per cose semplici, aiuta a crescere se la si utilizza per problemi complessi. Ma senza formazione molto spesso prevale l’uso banale, per sottrarre lavori ripetitivi e standard. E si crea un delta complicato tra giovani utenti e mancanti discenti. Chi oggi è chiamato a “insegnare” IA spesso ne sa meno dei suoi studenti, almeno nella pratica e nell’uso, per cui si crea (anche nelle aziende) una diffidenza crescente: chi decide, insegna o governa le organizzazioni è spesso in ritardo, anche perché ha un approccio critico e non solo funzionale rispetto a chi usa lo strumento IA con la stessa compulsività con cui si fa un selfie. La nuova versione dello “smanettone” – non più solo di pc e smartphone, ma anche di IA – crea un cortocircuito negativo in accademia e in azienda: e un rallentamento che spesso incide nell’utilizzo sistematico, perché non se ne verifica il processo cognitivo. Per usare l’IA serve alfabetizzazione e non solo abitudini strumentali.
«L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui le organizzazioni operano, ma il vero cambio di passo non dipende solo dalla tecnologia, ma anche dalla capacità di integrarla con visione, fiducia e responsabilità. Sono tante le ragioni di un successo o di un fallimento – spiega Vincenzo Esposito, amministratore delegato di Microsoft Italia – quello che è sempre importante è il coinvolgimento delle persone. Allo stesso tempo, è necessario che il management delle aziende abbracci l’IA per fare in modo che non sia un progetto fine a se stesso. In questo scenario, le competenze diventano un fattore decisivo: la competitività si giocherà sulla capacità di apprendere e integrare conoscenze diverse».
inversione generazionale
Di fronte alle soluzioni di IA si sta creando, così come è successo nell’uso degli strumenti digitali a vocazione pop – smartphone e social media soprattutto – un’inversione generazionale, per cui i giovani mostrano maggiore dimestichezza degli adulti, i discenti ne sanno più dei docenti, ma solo nella componente ludica e meno professionale. Il rischio è di far diventare l’IA una versione aggiornata di TikTok, dove l’abilità è sufficiente e non si richiedono competenze vere e proprie.
«L’intelligenza artificiale può rappresentare una straordinaria opportunità o una grave minaccia. Molto dipende dal ruolo che l’essere umano sceglierà di assumere e dalla presenza o assenza di una cornice etica capace di definirne i limiti e l’ambito di azione. Sarà un’opportunità – commenta Salvatore De Rienzo della società di head hunting Egon Zehnder – tanto più grande quanto più l’essere umano saprà governare l’IA, invece di lasciarla autogovernarsi. Spetta agli Stati e ai legislatori nazionali e sovranazionali definire un sistema di governance dell’IA radicato su un’etica condivisa e su valori orientati al bene comune. Spetta al sistema educativo (scolastico e universitario) e al mondo delle imprese e delle comunità il compito di aiutare le persone a coltivare e rafforzare ciò che più distintamente caratterizza il valore umano: la creatività, il pensiero critico, la responsabilità».
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