L’Italia ha molti più punti di forza di quanto non dica la sua stessa narrazione, il vero nodo resta la crescita e la strada per ridurre il debito passa anche dal patrimonio immobiliare pubblico. È un Carlo Messina a tutto campo quello che, intervistato dal direttore de IlGiornale, Tommaso Cerno, è intervenuto al Forum economico di Moneta, il settimanale economico del Giornale, organizzato a Roma con la collaborazione di Teha. Il consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo è partito da un confronto con gli altri grandi Paesi europei, che a suo giudizio tendono a valorizzare i propri punti di forza mentre l’Italia insiste sulle proprie debolezze. «Se guardate il risparmio delle famiglie, l’indebitamento delle famiglie, la condizione finanziaria delle imprese in termini relativi rispetto alle altre imprese in Europa, non c’è partita», ha spiegato. Le aziende italiane, ha aggiunto, «in questi 15 anni hanno fatto un lavoro pazzesco, hanno trasformato la struttura finanziaria» fino a farne un punto di forza del Paese, così come il sistema bancario si è lasciato alle spalle i crediti deteriorati.
«La prima cosa da dire è che noi siamo un Paese molto forte», ha sottolineato Messina, con elementi di solidità che riguardano famiglie, imprese e banche. Il punto di attenzione è rappresentato dal debito pubblico, che tuttavia «è un debito sostenibile», non paragonabile a situazioni di fragilità. «È evidente che il problema è la crescita del nostro Paese», ha osservato, indicandola come «il grande punto di attenzione che abbiamo».
Demografia, burocrazia e spesa pubblica
Sui freni allo sviluppo il banchiere ha proposto una lettura articolata. «Il mio pensiero è che la crescita vada analizzata nei diversi aspetti», ha detto, ricordando che esistono temi demografici e che tra gli elementi della crescita conta anche quante persone sono in condizione di lavorare. A questo si aggiungono gli oneri burocratici, che nel sistema italiano «così come nel sistema europeo, sono molto significativi». Ma c’è un terzo fattore: «la modalità dell’allocazione della spesa pubblica secondo me è l’altro elemento importante». La ricetta è chiara: «Quello che è importante è riuscire a rendere molto più forti gli investimenti che sono destinati allo sviluppo del Paese. Queste sono le cose importanti». Con un bilancio pubblico che deve muoversi dentro i vincoli europei, ha spiegato, la mancanza di una crescita forte rende più difficile il confronto con gli altri partner, ma le condizioni strutturali dell’Italia restano solide. Quanto all’Europa, Messina ha auspicato che diventi «un contesto unitario» e non divisivo, capace di agire come un insieme su economia ed energia.
Banche e Stato dalla stessa parte
Sollecitato da Cerno sul contributo chiesto agli istituti di credito con la manovra e sull’immagine della «banca che guadagna» contrapposta a quella custode dei risparmi degli italiani, Messina ha rivendicato la convergenza di interessi tra il sistema bancario e il Paese. «Abbiamo 500 miliardi di euro di impieghi», ha ricordato, e un trilione e mezzo di risparmio degli italiani: «Se l’Italia è in buona salute, la banca ne trae un vantaggio». Non solo. «Abbiamo anche, come sistema bancario, 400 miliardi di euro di titoli di Stato. Il più grande creditore dello Stato oggi è l’insieme del sistema bancario e del sistema assicurativo».
Per questo, ha proseguito, la contrapposizione non ha ragion d’essere. «L’approccio che abbiamo sempre avuto è stato un approccio di grande collaborazione, sia perché ci sentiamo italiani e vogliamo che questo Paese vada bene, ma anche perché abbiamo una convenienza diretta nel nostro bilancio». Se lo spread sale, ha spiegato, le banche subiscono perdite e si rischia una crisi di fiducia anche nei loro confronti: «C’è un interesse assoluto da parte delle banche a far sì che ci sia la contribuzione all’andamento positivo di questo Paese». Con un paletto preciso: «Ci deve essere un giusto equilibrio e un’equità di trattamento perché noi abbiamo degli azionisti», e la gran parte del capitale delle banche italiane è in mano a investitori internazionali, i cui diritti vanno contemperati.
La proposta sugli immobili pubblici
Il passaggio più concreto riguarda la riduzione del debito. Lo Stato, ha osservato Messina, possiede un enorme patrimonio immobiliare che spesso non riesce nemmeno a manutenere, perché la spesa per interessi supera quella per l’istruzione e si avvicina ormai a quella per la sanità. «Abbiamo 500-600 miliardi di euro di immobili detenuti dallo Stato e dalle Regioni», ha ricordato. Se si trovasse un meccanismo per smobilizzarne una parte collocandola presso le famiglie italiane, anche «50 miliardi, 100 miliardi in 5-10 anni», questo «sarebbe un modo per dimostrare che si parte con una riduzione del debito» e cambierebbe l’approccio complessivo ai conti pubblici. «Le banche sono disponibili» e Intesa Sanpaolo «è certamente disponibile» a trovare le modalità di collocamento di questi strumenti finanziari. La logica è aritmetica: con una crescita dello 0,5% del Pil, ha spiegato, per ridurre in modo significativo il rapporto tra debito e prodotto servirebbero cinquant’anni. L’unica strada è affiancare alla crescita una riduzione dello stock, sfruttando la vicinanza delle banche alla clientela e prodotti che offrano alle famiglie un’adeguata protezione.
«Una banca più forte, non più potente»
Cerno ha poi incalzato il banchiere sull’offerta su Monte dei Paschi di Siena: «Lei sta costruendo una banca italiana più forte o una banca italiana più potente?». La risposta di Messina è stata netta. Il banchiere ha rifiutato l’etichetta di «uomo di potere»: «Chi mi conosce lo sa benissimo, io sono totalmente disinteressato al potere». L’obiettivo, ha spiegato, è continuare «a costruire quello che è il futuro delle famiglie e delle imprese italiane». «Noi siamo al servizio degli azionisti», ha aggiunto, «ed è chiaro che in Intesa Sanpaolo abbiamo anche una vocazione diversa, ritengo unica, che è quella di essere al servizio del Paese, delle persone, delle comunità e anche del sociale». Intesa, ha ricordato, è il principale operatore privato negli interventi sociali in Italia, «più di tutte le fondazioni», con una sensibilità condivisa anche dagli azionisti internazionali. «Tutto questo ci porta a dire che noi non stiamo creando una posizione di potere, stiamo creando un’operazione che crea valore per gli azionisti», compresi quelli di Mps, per le comunità in cui la banca opera e per il Paese.
Il risparmio come leva geopolitica
Nel ragionamento di Messina la stabilità del risparmio diventa una questione di interesse nazionale. «Dal punto di vista geopolitico l’unica cosa su cui noi possiamo mantenere un vantaggio competitivo e l’indipendenza è il risparmio», ha osservato. «Non saremo mai una grande potenza nella difesa o nell’energia», mentre quello che l’Italia può fare è assicurarsi di mantenere un elemento indispensabile nelle relazioni internazionali. In questo contesto, ha rivendicato, l’operazione su Siena è un fattore di stabilità, perché supera una governance «fragile, debole» e la conflittualità tra consiglieri di amministrazione emersa in Mps, istituto che ha nel proprio portafoglio partecipazioni come quelle in Mediobanca e Generali, che Messina considera elementi di sicurezza nazionale.
Generali indipendente e i soci al tavolo
Proprio sul Leone di Trieste il ceo ha voluto essere rassicurante. Con oltre il 13% del capitale, ha spiegato, l’indipendenza di Generali sarà più tutelata e Intesa è disponibile, «come abbiamo detto più volte», a condividere questi elementi di stabilità con UniCredit, Delfin, Caltagirone, Benetton e con tutti gli attuali azionisti. «Non abbiamo nessuna volontà di essere in una posizione di interferire sulla gestione di Generali», ha chiarito. «Quello che ci interessa è stabilizzare gli assetti. Lo facciamo per l’Italia e lo facciamo per Intesa Sanpaolo, perché uno dei punti di forza della nostra azienda è essere leader nel wealth management». Se qualcuno acquisisse Generali, ha concluso, potrebbe diventare a sua volta un leader del risparmio gestito in Italia: per questo l’operazione ha anche una natura difensiva.
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