De’ Longhi mette le mani su una quota maggiore del proprio motore di crescita, il caffè professionale e, a monte, cambia la geografia della holding di famiglia. Con un investimento di 662,5 milioni, il gruppo trevigiano ha portato dal 61,56% all’88,02% la partecipazione nella divisione La Marzocco, Eversys & Co, rilevando la quota da Dli, la holding che controlla anche il 53,5% della stessa De’ Longhi. Un’operazione che rafforza l’esposizione al business, gallina dalle uova d’oro del gruppo, e permetterà a De’ Longhi di consolidarne l’utile netto.
Il tutto, in vista di una ulteriore valorizzazione: dal marzo 2028 potrebbe arrivare lo sbarco in Borsa anche per questa divisione che, secondo le stime elaborate da Moneta, potrebbe aggirarsi intorno ai 3,7-4 miliardi. Al momento la famiglia trevigiana è presente a Piazza Affari con le azioni De’ Longhi: +18% da inizio anno, +40% negli ultimi 12 mesi, per una capitalizzazione di 6,54 miliardi.
La crescita globale
La scommessa sul caffè professionale si inserisce in un mercato globale che Mordor Intelligence stima in 3,47 miliardi di dollari nel 2026 (7,7 miliardi se si includono anche i vending, distributori): un mercato previsto in crescita del 5% annuo fino al 2031. A sostenere il business è la diffusione delle caffetterie specializzate e la ricerca di qualità. E con La Marzocco ed Eversys, De’ Longhi presidia sia le macchine tradizionali di alta gamma sia le superautomatiche.
Nei dodici mesi al 30 giugno 2026 il Professional ha realizzato 569 milioni di ricavi (+ 38%) e 172 milioni di ebitda rettificato, con una marginalità del 30,2%. Dall’annuncio dell’integrazione tra La Marzocco ed Eversys, a fine 2023, il fatturato è aumentato di oltre il 50% e l’ebitda rettificato è raddoppiato. Per l’intero 2026 i ricavi sono attesi oltre 600 milioni.
Gli analisti
La divisione era già controllata e consolidata integralmente: ricavi, Ebitda entravano già nei conti, ma ora – salendo all’88,02% – De’ Longhi trattiene anche i profitti. Il beneficio per gli azionisti deriva quindi dall’aumento dell’utile di pertinenza del gruppo, al netto del costo del finanziamento.
Un beneficio finito sotto la lente degli analisti. Secondo Equita, l’operazione può migliorare l’utile 2027 e il professionale potrebbe arrivare al 30% dell’utile del gruppo. Banca Akros stima un incremento del 9% dell’utile per azione nel 2027 e nel 2028.
Il prezzo riconosce la crescita realizzata: la divisione è stata valutata 2,36 miliardi in termini di enterprise value e 2,501 miliardi come valore del capitale, dai 1,2 miliardi di fine 2023.
Ed è qui che entrano in gioco le minoranze. L’acquisto avrebbe potuto estendersi all’intero capitale. Risulta infatti che le manifestazioni di interesse fossero state presentate a tutti gli azionisti, ma i soci di minoranza titolari dell’11,98%, hanno scelto invece di restare, mantenendo i diritti già previsti dagli accordi: chiedere la quotazione autonoma della divisione da marzo 2028 oppure, da marzo 2029, una scissione mediante distribuzione delle sue azioni.
La partita sulla futura valorizzazione
La permanenza delle minoranze lascia quindi aperta una partita sulla valorizzazione futura. Nonostante i numeri di Dli mostrino una holding patrimoniale molto solida, con debiti contenuti e oltre 1 miliardo tra disponibilità bancarie e investimenti nell’attivo circolante. Nel 2025, l’utile netto ha raggiunto 115,3 milioni e il patrimonio netto di 1,7 miliardi.
L’Ipo resta uno sbocco concreto, soprattutto se crescita e redditività consentiranno di sostenere valutazioni superiori a quelle attuali.
L’operazione attribuisce già oggi al capitale della divisione professionale un valore di 2,5 miliardi. Una simulazione basata su un Ebitda in crescita del 15% annuo nel biennio 2027-2028 e su un multiplo di 14 volte che porta la valorizzazione potenziale verso 3,7 miliardi. Uno scenario che chiarisce la posta in gioco per le minoranze.
Le grandi manovre riguardano anche la famiglia. Secondo quanto ricostruito da Moneta, Dli la scorsa estate è diventata Dli Limited e ha spostato la sede nel paradiso fiscale di Jersey nella stessa giurisdizione del suo azionista unico, The long E Trust (tra i beneficiari figurano Giuseppe De’ Longhi e i figli Fabio e Silvia). Una convergenza geografica e societaria che al momento non definisce un accorciamento della catena di controllo. Ma che potrebbe essere propedeutica a una prossima razionalizzazione.
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