Tim Brasil non è strategica nel progetto di Poste Italiane. Matteo Del Fante, amministratore delegato di una multinazionale che si estende dalla logistica fino al risparmio e alle telecomunicazioni, mette a fuoco il futuro della controllata sudamericana e apre a possibili operazioni su di essa. «Non è in svendita però non è nemmeno strategico nel disegno che vi ho appena descritto. Quindi lo useremo in maniera tattica nel corso dei prossimi mesi», afferma Del Fante, intervistato da Nicola Porro, vicedirettore de il Giornale, nel corso del Forum economico Moneta «Competere nel nuovo scenario globale». Il perimetro brasiliano, dunque, non è un punto fermo del progetto industriale che accompagna l’ingresso di Tim nel gruppo.
La direzione dell’operazione è invece definita: fare delle telecomunicazioni e della tecnologia uno dei pilastri di Poste, mantenendo una distinta responsabilità operativa. «Noi vogliamo che quell’azienda rimanga indipendente sotto il nostro controllo, però con una sua autonomia gestionale che le può permettere di essere sufficientemente agile in un settore molto complesso», spiega Del Fante. Il traguardo è il ritiro dalla Borsa: «Adesso siamo arrivati all’87%». L’obiettivo è completare il percorso prima della scadenza del mandato: «Prima dell’aprile del 2029 dovremo arrivare al delisting e quindi avere il 100% di Tim», che continuerà a occuparsi delle telecomunicazioni e della tecnologia del gruppo.
Dietro l’acquisizione c’è anzitutto una valutazione industriale. Del Fante riconosce il lavoro dell’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, nella riduzione del debito, che ha portato la società «in una posizione molto più solida dal punto di vista finanziario». Ma vede anche un potenziale ancora da esprimere, dopo vent’anni difficili e in un mercato segnato, nella sua lettura, da un eccesso di concorrenza. Per spiegare la scelta ricorre all’immagine di un immobile da recuperare: «Intuisci il potenziale di quella casa, sai che tipo di ristrutturazione puoi fare in quella casa e riesci a vederla rimessa a posto sul mercato. E questo è esattamente quello che abbiamo visto noi».
Il punto di incontro tra Poste e Tim è la digitalizzazione. La prima ha sviluppato competenze e infrastrutture al servizio dei cittadini; la seconda possiede relazioni commerciali radicate nel sistema produttivo. «Prima era la linea telefonica, poi è diventato il fax, poi è diventato il cloud, poi è diventata la cyber security. Hai contratti con tutto il sistema produttivo», osserva Del Fante. Una rete di rapporti, una forza commerciale e un marchio attraverso cui accompagnare le imprese nell’adozione delle nuove tecnologie. Perché il ritardo, avverte, avrebbe conseguenze concrete: «Se non lo facciamo fare alle nostre imprese, non ti dico l’anno prossimo, ma tre, massimo cinque anni, vanno in sofferenza».
È qui che il progetto assume anche una dimensione di sovranità digitale. «Siamo nel mezzo di una trasformazione digitale, tecnologica. E questa trasformazione ha bisogno di attori in un sistema economico. Cioè non avviene da sola». Gli spazi lasciati liberi, prosegue il manager, vengono occupati da altri soggetti, «verosimilmente magari non nazionali», che possono avere priorità diverse da quelle di chi guarda allo sviluppo del Paese nel medio periodo. «Se non hai le redini di quell’azienda lì, tu sistema economico sei in difficoltà».
La trasformazione di Poste è il precedente su cui Del Fante fonda questa convinzione. Nel 2017 il gruppo aveva una rete di 13mila uffici, mentre la corrispondenza diminuiva e il mondo diventava digitale. La risposta è stata accelerare la diversificazione nei pacchi, nei pagamenti e nei servizi finanziari, investendo nella tecnologia. Senza rinunciare alla presenza sul territorio: «Se vuoi digitalizzare i cittadini con i temi demografici del nostro Paese non puoi digitalizzare senza una presenza fisica».
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