Nata a Palermo nel 1965 come attività di alta moda della famiglia Giglio, Giglio.com sta affrontando una fase complessa del suo percorso economico, avendo chiuso l’anno solare 2025 con una perdita finale di 2,5 milioni di euro, in aumento rispetto alla perdita di 1,3 milioni registrata l’anno precedente. E il prezzo più alto – come sempre – l’hanno pagato i lavoratori stabili.
Nel corso dell’anno l’organico stabile è sceso a una quota fissa di 118 lavoratori, con un taglio netto di 16 posti rispetto ai 134 dell’anno precedente. Questo nonostante il personale al 31 dicembre risulti in crescita: la società ha fatto massiccio uso di contratti a chiamata o intermittenti. E la situazione per i lavoratori non pare destinata a migliorare: tra le strategie messe a terra dall’azienda per migliorare i conti c’è il progressivo utilizzo dell’intelligenza artificiale per “ottimizzare“ lavoro e risorse dell’azienda.
La storia
Ma andiamo con ordine. La storia è quella di una piccola realtà commerciale locale che è stata capace di muoversi in anticipo sui tempi: è stata infatti il primo negozio di abbigliamento a vendere tramite internet in Italia nel 1996, per poi strutturare e lanciare l’attività vera e propria sul proprio sito internet nel 2007. Quotata sul mercato borsistico di Milano dedicato alle piccole e medie imprese (Euronext Growth Milan) dal 2021, oggi opera come un mercato digitale indipendente che raggiunge una clientela dislocata in più di 120 Paesi, mettendo in rete circa 200 negozi partner e più di 15 case di moda.
A pesare sul business di Giglio sono state soprattutto le crisi internazionali e le politiche protezionistiche di Usa e Cina, che hanno provocato disastri in tutto il comparto della moda e del lusso andato a sbattare contro quella che potrebbe essere una “secca“ non segnalata in mare aperto. I principali danni sono la riduzione dei consumi nei mercati fuori dall’Europa, specialmente quello cinese, i dazi imposti dagli Usa e l’impatto di una moneta europea forte che ha ridotto la competitività dei prezzi per gli acquirenti extra-europei.
Ricavi
Nel 2025, i ricavi netti di vendita si sono attestati a 39,5 milioni di euro, segnando una flessione del 14% rispetto ai 46,2 milioni di euro del 2024. Dal punto di vista geografico, il fatturato è stato generato in Italia per 15,2 milioni di euro, nel resto dell’Unione Europea per 10,8 milioni di euro e nei mercati fuori dall’Europa per 13,4 milioni di euro.
Giglio tuttavia, a differenza di altri business di vendita online di moda come Matchesfashion, Luisaviaroma o Ssense, ha mostrato – fino a questo momento – buone capacità di resistenza. Merito soprattutto del fatto che la società ha una struttura cosiddetta “leggera“, cioè non gestisce direttamente depositi di merce e non blocca capitali per l’acquisto e lo stoccaggio preventivo dei prodotti. Il suo ruolo è quello di semplice intermediario contrattuale: acquista da fornitori europei e rivende al cliente finale.
Forte di questa struttura la società ha scelto così una linea difensiva per tutelare i propri margini e quelli dei brand partner, decidendo di non applicare sconti aggressivi e preferendo mantenere il valore dei marchi rispetto alla rincorsa dei volumi di vendita.
Lavoratori
Questa situazione complessa ha richiesto una cura dimagrante sui costi: l’azienda ha ridotto l’impatto di trasporto e logistica, che sono scesi dal 6,7% al 6,1% sui ricavi.
Ma lo scenario si fa grigio quando si legge nel bilancio che un capitolo centrale della ristrutturazione aziendale ha colpito i dipendenti. La direzione ha avviato un piano di razionalizzazione della forza lavoro che ha portato il numero medio dei dipendenti a scendere a 118 unità rispetto alle 134 dell’anno precedente.
Questa media annuale è composta nello specifico da 3 dirigenti, 7 quadri, 63 impiegati e 45 lavoratori con altre qualifiche. Se si guarda invece al dato puntuale della forza lavoro complessiva presente al 31 dicembre 2025, la società conta un totale di 158 risorse, un dato in aumento rispetto alle 148 dell’anno prima, a causa dell’inserimento di ben 44 collaboratori assunti con un contratto di lavoro a chiamata o intermittente.
Per avviare il percorso di rilancio nel 2026, la società punta su alcune strategie. In prima battuta, ridurre gli investimenti extra Ue, in modo da non sprecare risorse. Il secondo step – quello che più fa drizzare le antenne – è il proposito di “implementare“ l’intelligenza artificiale per “ottimizzare flussi e risorse“. Non sappiamo se questo sia o no una buona notizia per i dipendenti dell’azienda, ma è un chiaro segno che l’automazione è uno dei punti forti della strategia di rilancio della società. Il terzo riguarda il consolidamento di nuove attività, con lo sviluppo del modello di vendita diretta per conto delle case di moda, il potenziamento del progetto di acquisto condiviso per consentire ai negozi fisici partner il rifornimento in tempo reale tramite la piattaforma informatica, e la spinta sui servizi tecnologici e di transizione digitale offerti direttamente ad altre aziende del settore dell’abbigliamento.
I dati relativi ai primi mesi del 2026, dal 1 gennaio al 15 marzo, mostrano i primi segnali di miglioramento: a fronte di un continuo calo nelle aree fuori dall’Europa pari al meno 36%, la crescita del valore totale delle merci vendute in Italia, pari al più 6%, e nel resto d’Europa, pari al più 22%, sta permettendo all’attività di mantenere le vendite complessive su livelli speculari a quelli dello stesso periodo del 2025.
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