La Rolls-Royce a Westinghouse, da Edf ad Ansaldo. Il nucleare oltreconfine è in fermento tra progetti in costruzione, programmi formalmente avviati e centrali obsolete da rilanciare. Una corsa alla quale l’Italia si aggancia con il ritorno al nuovo nucleare nel tentativo di non essere più un’isola dipendente dall’energia atomica altrui.
Dopo anni nei quali l’atomo sembrava destinato a una lenta ritirata, oggi al di là della Alpi quasi tutti i Paesi Ue stanno progettando nuovi reattori, estendendo la vita degli impianti esistenti e guardando con interesse ai piccoli reattori modulari, gli Smr. Di necessità, virtù: la domanda di elettricità è destinata a crescere (digitalizzazione, data center…), e governi e imprese cercano fonti di produzione programmabili e a basse emissioni. La Commissione europea stima che nell’Unione siano necessari circa 241 miliardi di investimenti nel nucleare entro il 2050, considerando sia la costruzione di nuovi impianti sia il prolungamento della vita di quelli esistenti.
La mappa europea dell’atomo
Per questo la mappa europea del nucleare è in continuo cambiamento. Accanto alla Francia, storica potenza continentale dell’atomo, stanno avanzando Paesi come Polonia, Svezia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Bulgaria, Paesi Bassi, Slovenia e Regno Unito. Altri, come l’Italia, stanno invece cercando di costruire il quadro legislativo necessario per poter tornare a investire nel settore. Oltreconfine, uno dei casi più interessanti è quello della Svezia.
Stoccolma dispone già di sei reattori operativi, per circa 7 GW di potenza, ma negli ultimi anni ha completamente cambiato atteggiamento nei confronti del nucleare. Il governo punta alla costruzione di nuova capacità e nel giugno 2026 ha deciso di entrare direttamente nel capitale di Videberg Kraft, la società che svilupperà nuovi reattori nell’area di Ringhals. Il progetto scelto da Vattenfall è particolarmente significativo: tre piccoli reattori modulari Rolls-Royce da circa 470 MW ciascuno. L’idea è utilizzare unità più piccole e replicabili, riducendo progressivamente tempi e costi. È un modello che l’Europa sta osservando con grande interesse.
La strategia di Bruxelles
Bruxelles ha adottato nel marzo 2026 una strategia specifica per gli Smr, con l’obiettivo di creare vere e proprie Smr Valleys: poli industriali nei quali concentrare progettazione, produzione e filiere. Diverso il caso della Polonia che sta cercando di costruire praticamente da zero una grande industria nucleare. Il progetto principale è quello di Lubiatowo-Kopalino, sulla costa baltica. Sono previsti tre reattori Ap1000 di Westinghouse, per una potenza complessiva di 3.750 MW.
La Polonia guarda però anche agli Smr. La logica polacca è quella di sostituire il carbone senza affidarsi esclusivamente a gas e rinnovabili. Anche Praga ha scelto di rilanciare il nucleare. Il progetto più avanzato riguarda due nuovi reattori a Dukovany, affidati alla sudcoreana Khnp.
Passando all’Ungheria, per anni Paks II è stato uno dei grandi progetti rimasti impantanati. A febbraio 2026 sono però iniziate le attività di scavo per i due reattori di tecnologia russa Rosatom. È un progetto delicato dal punto di vista geopolitico perché mantiene un legame tecnologico con Mosca.
La Slovacchia (dove un tempo operava Enel) sta invece costruendo il quarto reattore di Mochovce che e si avvicina alla fase di avviamento. Qui Newcleo e Javys hanno firmato un nuovo accordo per la creazione di una joint venture che si occuperà della costruzione di quattro reattori modulari avanzati di quarta generazione.
Romani, Bulgaria e Paesi Bassi
La Romania sta seguendo due strade: completare l’espansione della centrale di Cernavodă con i nuovi reattori 3 e 4 e progettare smr con tecnologia NuScale. Anche Sofia sta puntando sul nucleare. La Bulgaria dispone già di due reattori che producono circa il 40% dell’elettricità nazionale. Il progetto Belene è stato definitivamente accantonato e l’attenzione si è spostata su due nuovi reattori a tecnologia Ap1000 statunitense. Tornando al centro Europa, i Paesi Bassi stanno cercando di trasformare il nucleare da presenza marginale a componente importante del mix elettrico. Il governo sta lavorando alla realizzazione di quattro grandi reattori e punta a raggiungere, nel lungo periodo, una capacità nucleare di 7 GW. Parallelamente è previsto il prolungamento della centrale di Borssele oltre il 2033.
Il caso della Francia
La Slovenia, che condivide la centrale di Krško con la Croazia, sta valutando la costruzione di un secondo grande reattore. Sono allo studio diverse tecnologie, tra cui l’Ap1000 di Westinghouse e gli Epr di Edf. Fuori dall’Ue, il Regno Unito è probabilmente il mercato nucleare europeo più dinamico (insieme alla Francia). A Hinkley Point C sono in costruzione due Epr, mentre Sizewell C rappresenta il secondo grande progetto britannico. Il problema, ancora una volta, sono i costi e i tempi: Hinkley Point C ha subito ritardi e l’ultima stima di Edf porta il costo a circa 35 miliardi di sterline. Ma Londra sta contemporaneamente puntando sugli Smr. Il progetto più concreto è quello di Rolls-Royce a Wylfa, in Galles.
E, infine, c’è la Francia: il gigante nucleare alle prese con il paradosso dell’età. Parigi fa perno sul più grande parco nucleare europeo e su uno dei programmi di investimento più ambiziosi. Ma è anche alle prese con la mina costi. Edf dispone di 57 reattori operativi, per circa 63 GW di capacità. Una parte consistente della flotta francese è stata progettata per una vita di circa 40 anni. Edf sta quindi spendendo cifre enormi per mantenere in funzione questi reattori e prepararli a operare ancora.
Una mission impossible. Il progetto simbolo delle difficoltà è Flamanville 3, il primo Epr francese. Entrato finalmente in funzione dopo anni di ritardi è arrivato a costare 23,7 miliardi. Eppure Parigi non ha rinunciato alla tecnologia Epr. Il governo vuole ridurre il rischio finanziario con un forte intervento pubblico. Ma la Commissione europea ha aperto un’indagine per aiuti di Stato.
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