«Monte dei Paschi vale più di 30 miliardi di euro». L’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, lo ha sottolineato più volte in queste settimane, facendo riferimento alla capitalizzazione di Borsa di Rocca Salimbeni e al valore dell’offerta di Intesa Sanpaolo. Da ultimo giovedì 16 luglio, con il cda di Mps che osserva in una nota che al gruppo viene attribuita «una valorizzazione complessiva pari a circa 30,6 miliardi, corrispondente a un differenziale di 3,4 miliardi rispetto alla capitalizzazione di mercato della banca antecedente all’annuncio dell’offerta». Inoltre, l’ammontare offerto «rappresenterebbe soltanto una quota limitata del valore stimato delle sinergie prospettate».
Su queste ultime, il cda di Mps «ritiene che la dimensione delle sinergie» richieda «approfondimenti puntuali in merito alla loro effettiva conseguibilità». Quello che però Mps sembra non considerare è che la proposta di Ca’ de Sass, per come è strutturata, sta continuando ad aumentare di valore. Il gruppo guidato da Carlo Messina ha messo sul piatto 1,6 azioni di Intesa Sanpaolo e 1 euro cash in cambio di ogni azione di Montepaschi. Il punto è che dalla data di presentazione dell’offerta pubblica di acquisto e scambio, datata 8 giugno, il valore del titolo di Intesa è aumentato da 5,59 euro a 6,37 ed essendo le azioni una componente del prezzo, anche l’ammontare complessivo dell’offerta è molto aumentato. Conti alla mano, quindi, oggi l’operazione è di circa 34 miliardi, ed è quindi cresciuta di 3 miliardi e mezzo.
L’apprezzamento del titolo di Intesa Sanpaolo riflette una certa fiducia del mercato, che evidentemente crede nella creazione di valore dell’operazione: solitamente, infatti, chi si prepara a compiere un’operazione costosa e con una componente cash potrebbe scontare un calo nel titolo. Questo però per Intesa Sanpaolo non è avvenuto. Forse perché la maggior parte degli analisti si è espressa positivamente sull’operazione come, per esempio, Andrea Lisi di Equita, il quale ha dichiarato che la transazione ha senso per «rafforzare ulteriormente la leadership di Intesa in Italia, non solo attraverso lo sviluppo ulteriore del canale bancario, ma anche diventando il primo operatore in Italia nel credito al consumo».
Ci sono, poi, diversi canali di sinergia in due gruppi, Intesa Sanpaolo da una parte e Mps+Mediobanca dall’altra, che si specchiano quasi perfettamente nei settori dove operano: Imi si integrerebbe con l’investment banking di Piazzetta Cuccia, ma si andrebbero a integrare anche i settori della banca commerciale e del credito al consumo (oggi Mps controlla Compass tramite Mediobanca). Oltre a questo, il mercato ritiene che l’operazione possa avere ottime possibilità di successo. Questo emerge anche dalla corposa traiettoria di apprezzamento di Mps che si è immediatamente agganciata a Intesa e, con dati aggiornati allo scorso giovedì, ha un valore di Borsa di poco inferiore a 35 miliardi. Vale a dire, praticamente a ridosso del valore proposto da Intesa Sanpaolo. Ciò significa che al momento gli investitori non vedono grandi margini per un rilancio, né vedono grandi possibilità di inserimento da parte di Banco Bpm che pure aveva proposto le nozze a Mps pur senza avanzare proposte formali.
Già all’epoca, del resto, l’offerta di Intesa presentava un premio del 12,5% sul prezzo di Borsa di Mps ante-offerta, un ammontare piuttosto elevato se si considera che solitamente i premi (quando ci sono) sono più bassi al lancio di una Ops o di una Opas. Lo stesso Messina, a margine dell’assembla Abi, ha rimarcato come la proposta del suo istituto sia stata «trasparente». E poi: «Riteniamo che il prezzo offerto sia il massimo possibile, se guardate i livello di price earning (rapporto tra prezzo di Borsa e utili, ndr) oggi Mps è in linea con quelli di Morgan Stanley e Goldman Sachs». Messina ha poi rimarcato come l’operazione punti «a rafforzare non soltanto» la prima banca del Paese «ma anche il sistema bancario nazionale e a posizionare correttamente l’Italia anche in Europa, salvaguardando degli asset strategici».
Oltre tutto, l’offerta di Intesa ha complicato un’eventuale operazione Mps-Bpm: del resto, se prima dell’Opas la forbice di valore tra i due istituti era presente, ma tale per cui una fusione tra pari era più facile da realizzare, ora il gap di capitalizzazione tra i due istituti è aumentato di 4,5 miliardi di euro. Ai valori di Borsa di giovedì, Banco Bpm capitalizzava 23,5 miliardi mentre Siena si attestava a 35 miliardi: 11,5 miliardi di differenza rendono assai più complicato far accettare un ruolo paritario a Mps.
Gli advisor sono al lavoro per trovare una possibile alchimia, ma è chiaro che Bpm in questo momento si trova in una posizione più complessa. Molto dipenderà dal pensiero del grande primo azionista di Bpm, ovvero il Crédit Agricole, che ha in pugno circa il 30% dell’istituto ed è l’interlocutore chiave quando si parla di Piazza Meda. I francesi tuttavia hanno un modus operandi discreto e pragmatico: se a loro convenisse, potrebbero anche pensare di rimanere come azionisti forti di una realtà molto più grande o accettare come “liquidazione” una ricca dote di filiali, tale da poter aumentare ancor di più il peso specifico di Crédit Agricole Italia.
Ragionamenti che forse sono giunti all’orecchio del cda di Bpm, tanto che indiscrezioni di stampa raccontano di un pressing da parte del board per mantenere l’indipendenza dell’istituto.
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