Ite. Da queste parti per dire “andate” si usa questo verbo imperativo che sa di latino. Ti racconta che è tempo di muoverti. A Ceccano, in Ciociaria, un anno fa ti hanno messo in mano una bustina. Dentro c’era una polvere grigia, pesante, senza niente di speciale da guardare. Era neodimio. Veniva dai magneti dei vecchi dischi rigidi, quelli dei computer che abbiamo buttato, e lo stabilimento dell’Itelyum stava studiando il modo di tirarlo fuori su scala industriale: smontare i magneti, polverizzarli, separare i metalli fino a ottenere una materia prima pura quanto quella che esce da una miniera. L’amministratore delegato, Marco Codognola, ti aveva detto la frase che allora sembrava solo una statistica: il 90% delle terre rare viene estratto e raffinato in Cina. Poi aveva aggiunto che per partire servivano le autorizzazioni, quella del Mase ora è arrivata, ma ne servono altre, e che l’Europa una strategia non ce l’aveva ancora. Quella bustina, oggi, è la cosa più importante che hai visto in un capannone.
Prospettiva sbagliata
Avevamo guardato il problema dalla parte sbagliata. Per anni l’Occidente si è raccontato che la dipendenza dalla Cina fosse una questione mineraria: apriamo giacimenti altrove, diversifichiamo, mettiamo da parte delle scorte. Tutto giusto. Solo che mentre noi cercavamo miniere, Pechino spostava il campo di battaglia molto più avanti, dove le materie prime smettono di essere materie prime e diventano pezzi. C’è un numero che lo dice meglio di qualsiasi analisi, e l’ha messo in fila Gianclaudio Torlizzi. Nel 2024 la Cina ha esportato 5.229 tonnellate di neodimio e praseodimio sotto forma di minerale. Nello stesso anno ne ha esportate 17.394 già incorporate dentro i magneti. Più di tre a uno.
Vuol dire che la parte più grande della nostra dipendenza non compare più nelle statistiche sulle materie prime, perché viaggia dentro i prodotti. Possiamo anche trovare la miniera in Australia, in Canada, in Africa, e festeggiare, ma se quel materiale deve poi passare dalle fabbriche cinesi per diventare lega, magnete, componente, non abbiamo eliminato la dipendenza: l’abbiamo spostata più in là, dove non si vede.
Magneti strategici
I magneti permanenti sono l’oggetto su cui si gioca tutto, e sono dappertutto. Stanno nei rotori dei motori elettrici, negli altoparlanti, nelle auto ibride, nelle turbine eoliche, nei robot. Stanno nei droni, nei radar, nei satelliti, nei missili: in un F-35 ci sono tra i 40 e i 70 chili di materiali che contengono terre rare. L’Europa consuma 16 mila tonnellate l’anno di magneti al neodimio e ne importa il 98%; in casa ne produce il 2 o 3. Stiamo costruendo nello stesso momento la transizione ecologica e il riarmo europeo sopra una filiera che non controlliamo. Il futuro dipende dagli altri.
Non è solo un’ipotesi: è appena successo, Pechino ha messo controlli all’export sulle terre rare, poi li ha sospesi. L’arma non è stata usata. È stata mostrata, che è il modo più economico di adoperarla. Resta un’ultima cosa, e non è tecnica. Dentro quei dischi rigidi c’erano le lettere, le fotografie, le contabilità, le tesi di laurea, le prime mail di vent’anni di scrivanie italiane. Li abbiamo buttati perché erano pieni di una memoria che non ci serviva più. Adesso li maciniamo per tirarne fuori la polvere con cui si fanno i motori delle macchine che verranno. Il nostro passato, letteralmente, come materia prima del futuro. Non è una metafora: è un impianto a Ceccano che aspetta sempre un altro timbro.
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