«Il mio pensionamento? Ne parliamo fra cinque anni», aveva detto a gennaio del 2020 Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, dalle nevi di Davos all’intervistatrice di Cnbc. Ma veramente – ha osato interloquire la giornalista – lei ha dato questa stessa risposta l’anno scorso, e anche l’anno prima e l’anno prima ancora. «E chissà che non la dia anche l’anno prossimo». Siamo nel 2026 e forse è davvero arrivato il momento di lasciare la guida operativa, mantenendo comunque – si dice nelle sale operative – il ruolo di presidente esecutivo per garantire continuità. Parliamo del finanziere più influente di Wall Street. Figlio di emigranti greci, non è però un self made man: il nonno, che si era fatto cambiare il cognome da Papademetriou a Dimon perché suonava più internazionale, era un banchiere ad Atene, il padre dopo il trasferimento negli Usa divenne vice presidente all’American Express.
Filo con la casa bianca
Dimon è l’uomo al quale il governo americano si rivolge quando occorre salvare un istituto in difficoltà, come accadde durante la crisi bancaria del 2023. È anche uno dei pochissimi grandi amministratori delegati del settore ad aver attraversato indenne la crisi finanziaria del 2008. Oggi è uno degli interlocutori privilegiati di Donald Trump e avrebbe contribuito a orientare la retromarcia della Casa Bianca sulla politica dei dazi dopo il cosiddetto Liberation Day dell’aprile 2025.
La corsa alla successione è di certo tornata sotto i riflettori nei giorni scorsi quando il settantenne ceo, che sta per iniziare il suo terzo decennio al timone della banca più capitalizzata d’America, ha promosso due nuovi candidati e un potenziale contendente si è fatto da parte. La banca ha nominato Troy Rohrbaugh e Doug Petno co-presidenti, mentre la precedente favorita Marianne Lake ha mollato la poltrona annunciando il pensionamento dopo 25 anni in banca e segnando l’ultimo colpo di scena nella “telenovela di successione più lenta di Wall Street”, ha scritto il New York Times.
A capo della divisione retail del colosso da oltre 900 miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa, Lake figurava da tempo tra i papabili ceo. Con la sua uscita di scena, il candidato che oggi appare più accreditato è Troy Rohrbaugh. Cinquantasei anni, finora ha guidato in coabitazione la banca d’investimento insieme con Doug Petno, 61 anni. Jp Morgan ha annunciato che Petno assumerà da solo la responsabilità dell’investment bank, mentre Rohrbaugh prenderà il posto della Lake a capo del Consumer & Community Banking. È proprio questa la divisione che ora finisce nelle mani del principale favorito al passaggio di consegne. Nel 2025 ha generato 76 miliardi di dollari di ricavi e un utile netto di 5,3 miliardi. Si tratta dell’attività più importante del gruppo in termini di fatturato, rappresentando il 41% dei ricavi complessivi. Serve circa 94 milioni di clienti retail, oltre a 7,4 milioni di piccole imprese.
Guidare il business dei consumatori è quindi tradizionalmente considerato fondamentale per diventare ceo di Jp Morgan, perché è l’attività più grande e redditizia del gruppo. Affidarla a Rohrbaugh serve proprio ad ampliarne il curriculum manageriale. Ha contribuito a far guadagnare alla banca centinaia di milioni di dollari durante la crisi finanziaria del 2008-2009, ha modernizzato la sua tecnologia di trading e ha portato Jp Morgan dal nono al primo posto nella classifica mondiale del mercato valutario nell’arco di un decennio.
Il messaggio ai dipendenti
Altri dirigenti di primo piano – come Jennifer Piepszak e Mary Erdoes – restano figure di peso nel gruppo, anche se al momento appaiono meno favorite rispetto ai due neo co-presidenti. Ma i vertici del colosso Usa stanno cercando di evitare l’incertezza tipica delle successioni ai vertici delle grandi banche: invece di indicare subito un erede, Dimon e il consiglio di amministrazione stanno creando una sorta di “finale a due”, mettendo Petno e Rohrbaugh alla prova nella gestione delle principali attività del gruppo prima della decisione definitiva.
Finora, però, la corsa alla successione ha perso soprattutto alcuni dei candidati più accreditati. Nel gennaio 2025 il numero due Daniel Pinto è andato in pensione, pur essendo più giovane di Dimon. L’altra candidata considerata papabile, Piepszak, aveva fatto sapere di non essere interessata alla corsa. Ancora prima, nel 2022, Gordon Smith aveva deciso di lasciare.
Dimon ha intanto salutato il riassetto con un messaggio ai 320 mila dipendenti, definendolo «un passo importante nel processo di pianificazione della successione e di sviluppo dei nostri principali dirigenti, portato avanti con lungimiranza dal consiglio di amministrazione». Negli ultimi dodici mesi il titolo è salito di oltre il 50%, mentre l’utile netto del 2025 ha raggiunto i 57 miliardi di dollari, consentendo la distribuzione di dividendi particolarmente generosi. E per il board di Jp Morgan la continuità garantita da Jamie Dimon appare ancora una scelta rassicurante.
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