Per mantenere l’equilibrio di genere nel nuovo board del Monte dei Paschi non è entrato Alessandro Caltagirone, che insieme a Gianluca Brancadoro ha dovuto fare un passo indietro rinunciando alla nomina nonostante puntasse alla riconferma, dopo essere stato cooptato due anni fa nel board. Simile la musica suonata per la nuova governance del Banco Bpm dove, per rispettare le quote di genere in consiglio, la lista del cda si è fatta carico del riequilibrio e il vicepresidente Maurizio Comoli, nonostante avesse ricevuto il 75,55% dei voti, è stato escluso per far posto a Silvia Stefini (60%). In entrambi i casi si è assistito all’effetto indiretto della nuova legge Capitali che impone il voto individuale solo se la lista del board è maggioritaria al primo turno e poi a tutti gli azionisti nel secondo turno. Ma, soprattutto, alla dimostrazione di come l’imposizione delle quote rosa nei cda riesca a cambiare l’esito dei voti espressi dagli azionisti.
Vincoli
Le quote introducono un vincolo ex ante: una parte dei posti non è contendibile su base meritocratica pura, ma è riservata per legge. Chi difende le quote sostiene che servano a “correggere” un mercato imperfetto. Ma nella pratica, il meccanismo può produrre un effetto diverso: si escludono candidati con profili forti perché non rientrano nella quota; si includono candidati adeguati, ma non necessariamente i migliori disponibili, e si altera la competizione, introducendo un criterio non legato alla performance. I cda devono prendere decisioni che impattano valore, occupazione, investimenti. Se il criterio non è il migliore possibile, il costo lo paga l’impresa e, a cascata, l’economia.ù
Illusione
Per altro, assistiamo a un’illusione statistica che non cambia i centri di potere (nemmeno con la legge Capitali). Le quote rosa sono nate con la legge Golfo-Mosca del 2011 per correggere uno squilibrio evidente. Il risultato, dal punto di vista quantitativo, è innegabile: si è passati da percentuali marginali (7–22%) al 43% dei posti in cda occupati da donne. Ma appena si passa dai numeri al potere reale, la narrazione si ribalta: gli amministratori delegati donna restano inchiodati attorno al 2-4%, e le posizioni esecutive continuano a essere quasi interamente maschili. Il sistema ha trovato un equilibrio perfetto: soddisfare la norma senza toccare il comando. Non serve sostenere che le donne nominate non siano competenti, sarebbe falso e superficiale. Il problema è che quando il genere diventa una condizione necessaria, il merito smette di essere condizione sufficiente.
Dopo anni di quote rosa, la domanda da porsi non è quante donne siedono nei cda. Ma se i cda sono davvero migliori.
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