Da Meta a Google, passando per Amazon e OpenAi, è ormai pioggia di prestiti per sfamare “la bestia” dell’intelligenza artificiale. Una bestia che consuma energia, chip, acqua, cemento e soprattutto capitale. Perché la nuova corsa all’IA non si combatte più soltanto a colpi di algoritmi o modelli linguistici: si combatte costruendo infrastrutture gigantesche, data center sempre più potenti e reti elettriche dedicate. E tutto questo costa centinaia di miliardi di dollari. Il risultato è che la Silicon Valley sta trasformando il mercato obbligazionario globale in una gigantesca pompa finanziaria al servizio dell’intelligenza artificiale. Secondo gli analisti di Barclays, le emissioni di debito delle grandi società tecnologiche potrebbero superare i 200 miliardi di dollari nel 2026, mettendo sotto pressione il mercato corporate investment grade americano.
Gli hyperscaler, ovvero i colossi del cloud e dell’infrastruttura digitale, stanno infatti accelerando la raccolta di capitale per sostenere la fame di potenza computazionale dell’IA generativa. Barclays stima che la spesa in conto capitale del settore possa arrivare a 725 miliardi di dollari quest’anno e sfiorare i 1.000 miliardi nel 2027. Una cifra che fotografa il passaggio dell’economia digitale da modello “asset light” a industria pesante del calcolo.
Per anni le Big tech sono state considerate aziende quasi immateriali: margini elevati, poca intensità industriale, enorme capacità di generare cassa. L’intelligenza artificiale sta però cambiando radicalmente il paradigma. Oggi un modello avanzato richiede server farm gigantesche, migliaia di chip Nvidia, sistemi di raffreddamento industriali e consumi energetici paragonabili a quelli di piccole città. Non a caso Barclays parla di un mercato che “sta iniziando a essere testato”. Il problema non riguarda soltanto la dimensione delle emissioni, ma anche la capacità degli investitori di assorbire una massa crescente di debito in tempi rapidi. Il rischio è che la corsa all’AI finisca per drenare liquidità dal resto del mercato corporate, creando una sorta di effetto calamita finanziaria a vantaggio dei grandi gruppi tecnologici con rating elevati.
In pratica, Meta o Alphabet possono permettersi di raccogliere decine di miliardi a condizioni molto migliori rispetto a molti gruppi industriali tradizionali. E questo rischia di accentuare ulteriormente la concentrazione di capitale intorno ai grandi vincitori dell’AI. La vera novità è che le aziende stanno ormai sperimentando qualsiasi canale possibile pur di finanziare la costruzione dei nuovi data center. Non solo obbligazioni tradizionali, ma anche “data center bonds”, strumenti ibridi, operazioni infrastrutturali e partnership con fondi specializzati. Oracle, per esempio, ha già impostato piani multimiliardari di raccolta per sostenere l’espansione delle infrastrutture IA.
Ma il fenomeno non riguarda più soltanto i giganti quotati. Anche le startup dell’intelligenza artificiale stanno iniziando a guardare con crescente interesse alla Borsa. Il motivo è semplice: i costi stanno esplodendo. E il venture capital da solo potrebbe non bastare più. Negli ultimi giorni Wall Street ha iniziato a prepararsi a una possibile ondata di quotazioni senza precedenti. SpaceX punta a una Ipo che potrebbe diventare la più grande della storia, mentre OpenAI starebbe lavorando a un collocamento già nelle prossime settimane. Anche Anthropic accelera, sostenuta da una crescita definita “mind-blowing” dal Wall Street Journal. OpenAI potrebbe raccogliere almeno 60 miliardi di dollari e arrivare a una valutazione vicina ai 1.000 miliardi. Una scala che fino a pochi anni fa sembrava impensabile persino per i grandi nomi della tecnologia. Il punto è che l’intelligenza artificiale sta diventando contemporaneamente una corsa tecnologica e una corsa finanziaria. Chi controlla la capacità di raccolta del capitale controlla anche la capacità di costruire infrastrutture computazionali. E quindi, in ultima analisi, controlla lo sviluppo dell’IA stessa.
Il paradosso
È una trasformazione profonda anche per Wall Street. Gli investitori stanno iniziando a capire che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non assomiglia al boom software degli anni Novanta. Somiglia molto di più a una gigantesca corsa alle infrastrutture, con fabbisogni finanziari vicini a quelli delle telecomunicazioni o dell’energia. Dietro ogni chatbot, ogni assistente virtuale o ogni modello generativo, si nasconde infatti una filiera industriale enorme e costosissima. E più l’IA cresce, più aumenta la necessità di capitale. Con un evidente paradosso: la tecnologia che prometteva di rendere tutto immateriale sta producendo una nuova era di iper-materialità finanziaria. Server, centrali elettriche, chip, data center e soprattutto debito. Tantissimo debito. Per ora il mercato continua a finanziare senza esitazioni la corsa all’IA, sedotto dalla prospettiva di una trasformazione economica epocale. Ma la domanda è: quanto a lungo gli investitori saranno disposti a sostenere una macchina che brucia capitale a ritmi sempre più elevati? Perché la bestia dell’intelligenza artificiale, una volta nutrita, sembra avere sempre più fame.
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