Il grande ritorno delle obbligazioni passa dal rendimento. A giudicare dai primi nove mesi dell’anno, il reddito fisso non gode certo di ottima salute. L’indice Bloomberg Us Aggregate Bond Index – composto per quasi la metà da Treasury – segna un calo di oltre 6 punti percentuali da inizio anno, in direzione diametralmente opposta rispetto al +13% circa dell’indice S&P 500. Dietro il sell-off sulle obbligazioni non ci sono solamente i timori per l’inflazione e per un possibile prolungamento della fase di tassi elevati; a ben vedere l’ultima gamba ribassista dei Treasury è arrivata a parità di inflazione attesa e si sta quindi assistendo a un aumento dei rendimenti reali.
L’elemento di criticità che oggi turba maggiormente i «bond vigilantes» è l’aumento della spesa pubblica americana che alimenta le preoccupazioni sulla quantità di debito che il mercato dovrà assorbire. Gli investitori chiedono pertanto rendimenti più elevati per acquistare titoli governativi a lunga scadenza, addirittura più del 5,3% per il Treasury a 10 anni, sui massimi dal lontano 2002 e ben 117 punti base in più rispetto alla remunerazione che presentava a inizio anno; l’aumento risulta trainato dai tassi reali, saliti di circa 30 punti base al 2,9%, massimo dal 2008, mentre i breakeven inflation si sono attestati al 2,35%. I mercati prezzano un’inflazione in rientro rispetto ai livelli attuali anche in Europa. Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, l’impatto dei maggiori prezzi dell’energia sui salari rimane limitato e tassi più elevati potrebbero frenare la crescita. In prospettiva quindi, se nel concreto gli effetti di seconda ondata sui prezzi non si concretizzeranno, i rialzi dei tassi potrebbero essere inferiori rispetto a quelli che il mercato ad oggi prezza. Nel mentre anche in Eurozona tutti i principali titoli governativi viaggiano a rendimenti che non si vedevano da anni. Le emissioni con cedola zero dei Bund tedeschi appaiono un lontano ricordo. Oggi il decennale tedesco, benchmark dell’area euro in termini di affidabilità, rende il 3,6%, mentre il Btp di pari durata arrivato a flirtare con area 4,7%.
Guardando a entrambe le sponde dell’Atlantico, la remunerazione offerta dai bond inizia ad essere decisamente allettante soprattutto in ottica di reddito di lungo periodo, consentendo di bloccare per diversi anni livelli di remunerazione elevati. A detta di BlackRock si è aperta una «opportunità generazionale» sul fronte del reddito fisso.
RITORNO AL PASSATO
Oggi ormai oltre l’80% dell’universo globale dei titoli a reddito fisso offre ora rendimenti superiori al 4%, rispetto a una media inferiore al 20% registrata tra il 2010 e il 2021. Il reddito torna quindi a rappresentare una fonte autonoma e significativa di rendimenti, candidandosi a svolgere nuovamente la sua funzione tradizionale, ossia generare flussi cedolari e, al tempo stesso, offrire una componente di stabilità all’interno del portafoglio. «Siamo davanti a una opportunità particolarmente interessante per bloccare livelli di rendimento molto attraenti», afferma Steve Laipply, Global Co-Head of Bond Etf di BlackRock. Si fa largo quindi tra gli investitori la tentazione di aumentare l’esposizione sui titoli di Stato con la redditività, sia assoluta che rispetto all’inflazione attesa, divenuta estremamente interessante. J.P. Morgan Asset Management, che bolla come «esagerato» il pessimismo sui titoli obbligazionari, scruta «opportunità di investimento che ormai non si vedevano da decenni» su tutti e tre i pilastri di un portafoglio obbligazionario (duration, rendimento e carry). «Per chi opera in ottica di cassettista, prevedendo cioè di detenere i titoli fino alla scadenza naturale, il momento ci sembra piuttosto propizio, magari adottando un atteggiamento graduale, cioè investendo a fasi successive», conferma Jacopo Ceccatelli, head of Capital Markets & The Lighthouse di Banca Finint, che ritiene più difficile valutare il timing di entrata per chi invece è particolarmente attento anche alle oscillazioni di prezzo delle obbligazioni nel durante. «La fase di mercato è decisamente volatile ed incerta – precisa l’esperto – e, in assenza di soluzioni definitive sulla guerra in Medio Oriente, è probabile che la volatilità continui, ed è quindi possibile che si possano verificare ulteriori movimenti a rialzo dei rendimenti (e quindi a ribasso dei prezzi)».
CASSETTISTI
In questa cornice i Btp continuano a offrire rendimenti superiori rispetto alla maggior parte degli altri emittenti governativi dell’area euro e a questo abbina dinamiche di finanza pubblica decisamente meno deteriorate rispetto a osservati speciali quali la Francia. «In termini di posizionamento lungo la curva, continuiamo a privilegiare le scadenze intermedie. Il segmento compreso tra i 5 e i 7 anni, con rendimenti superiori al 4%, offre attualmente il miglior profilo di carry e roll-down, risultando il più equilibrato in termini di rapporto rischio-rendimento. Il tratto decennale, con rendimenti intorno al 4,6%, appare interessante in una prospettiva storica e risulta adatto agli investitori che intendono assumere esposizione direzionale ai tassi o agli spread sovrani», asserisce Gianluca Bergamaschi, head of Fixed Income – Mandates presso Generali Asset Management, che consiglia un sovrappeso sui titoli governativi italiani, spagnoli e greci. A livello pratico, investendo 10mila euro nel Btp febbraio 2036 (IT0005676504), che quota 92 euro con cedola 3,45%), si otterrebbe un ritorno complessivo di circa 3.700 euro.
La stella cometa dei rendimenti non implica necessariamente che sia il momento di voltare le spalle all’azionario. Se da un lato il confronto tra rendimento dei bond e i dividend yield azionari (rapporto tra dividendi e prezzo) pone ad oggi il reddito fisso decisamente a buon mercato, dall’altro «le aspettative degli investitori sull’azionario sembrano ormai strutturalmente incorporare aspettative di aumento delle quotazioni», argomenta Ceccatelli che quindi non si aspetta grandi flussi da un comparto ad un altro.
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