Rispetto al 2019, i lavoratori con almeno 55 anni sono aumentati del 26,6%. Lo certifica Inps, e lo ribadisce la ricerca Long-boarding. Una nuova prospettiva sulla longevità lavorativa, promossa da Valore D per offrire alle imprese chiavi di lettura per la gestione e lo sviluppo del capitale umano nel tempo. È il segno di un Paese che lavora più a lungo perché è cambiata la struttura della popolazione. E che la longevità non è solo un problema – per il welfare del Paese, per la gestione familiare, per i costi pubblici – ma è sempre più da considerare come una risorsa per il futuro del Paese. Una soglia anagrafica immobile ignora ciò che il progresso ha modificato nella salute, nell’autonomia e nella speranza di vita.
Nuovi modelli sociali
Quando parliamo di “longevity economy” – a volte si preferisce la locuzione “silver economy” quando ci si limita agli over 50, e non si arriva al campione degli over 65 – «parliamo del valore economico generato dalle persone sopra i 50 anni: consumi, reddito, ricchezza, contributo al Pil. È importante chiarirlo, perché troppo spesso l’invecchiamento viene raccontato solo come un costo, quando in realtà orienta domanda, mercati e servizi. Secondo l’Ageing Report 2024 della Commissione Europea, nel 2020 gli over 50 hanno contribuito al 34% del Pil mondiale. In Italia, secondo i nostri studi su dati Istat, guidano il 67,7% dei consumi: non solo sanità, ma anche casa e utenze, alimentazione, trasporti, tempo libero, ma anche sport e cultura, abbigliamento e arredamento. Un dato che sfata lo stereotipo di una silver economy legata solo alla salute e mostra invece un tessuto economico molto più ampio» commenta Agar Brugiavini, docente di Economia politica alla Ca’ Foscari e leader del progetto Age-it, finanziato dal Pnrr, dedicato a lavoro, partecipazione e welfare in età avanzata.
Insomma, la longevità non è sinonimo di un costo sociale da contenere, ma una possibile leva di sviluppo della società così com’è. Alessandra Minello, docente di demografia all’Università di Padova, suggerisce di non inseguire una «impossibile inversione di rotta della demografia, ma di costruire nuovi modelli di famiglia e di società che tengano conto di questi mutamenti dell’età anagrafica delle persone e della demografia sociale». È stata una dei partecipanti del Longevity Day promosso da Generali Italia nei giorni scorsi a Roma.
D’altronde nel suo complesso la “longevity economy” – intesa come il complesso delle attività economiche specificamente rivolte agli over 50 e finalizzate alla pianificazione di un invecchiamento attivo e in buona salute – genera in Italia un impatto sul Pil quantificabile in poco meno di 715 miliardi di euro, pari a circa un terzo del Prodotto interno lordo 2024. Limitando l’analisi agli over 65 anni il contributo resta elevato con un valore stimabile intorno ai 363 miliardi di euro, vale a dire circa il 17% del Prodotto interno lordo 2024. Sono numeri elaborati da Alberto Brambilla, presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nel volume dal titolo Longevity Economy. Da Silver a Longevity. La grande economia dei prossimi decenni.
Il nodo salute
È necessario un piccolo grande distinguo: l’invecchiamento non è uguale per tutti, in termini di qualità della vita. È certo che si vive più a lungo (soprattutto in Italia), ma l’obiettivo è di aggiungere vita agli anni e non solo anni alla vita. In Italia si vive fino a circa 84 anni, ma in buona salute (in assenza di patologie gravi o croniche)fino a 58, in media. Allo stesso tempo, il rapporto tra popolazione con più di 64 anni e persone in età lavorativa è destinato a salire dal 29,4% del 2005 al 63,7% nel 2050: tra meno di un quarto di secolo ci saranno due anziani ogni tre persone in età lavorativa. Nello stesso periodo, le coppie con figli passeranno da 7,5 milioni nel 2025 a 5,8 milioni, con una riduzione del 23%.
Ma l’inverno demografico può scaldare l’economia: i “longennial” sono una delle fasce economicamente più solide. Dispongono di flussi di reddito stabili, rendite e pensione, anche in fasi di difficoltà globale, in quanto non dipendenti dai cicli economici. Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali ipotizza per i “longennial” del 2030 uno spendibile netto di 391 miliardi di euro (contro i 288,7 miliardi del 2022), destinato a crescere ulteriormente fino al “picco” del 2050.
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