Dove finisce il copyright e fino a dove può arrivare l’intelligenza artificiale? Se ne discute da mesi alla Corte di Giustizie Ue su richiesta di un editore ungherese che ha portato alla sbarra Google e la sua AI Gemini. Tutta colpa dell’«addestramento» dell’algoritmo del colosso Usa (ma vale per OpenAI, Anthropic o Microsoft), con i modelli di Large Language Model. Ma sul tavolo c’è anche la tutela dei diritti degli editori prevista dall’articolo 15 della direttiva Ue sul copyright, che secondo il parere dell’avvocato generale presso la Corte di giustizia Ue Maciej Szpunar, potrebbero aver diritto a un equo compenso.
L’esperta
«Ci vorranno sei mesi per la sentenza e la Corte potrebbe giungere a conclusioni diverse», ricorda a Moneta Stefania Bariatti, ordinaria di diritto internazionale privato e processuale alla Statale di Milano. Gli obblighi non prevedono discrezionalità o eccezioni, fatto salvo il diritto al cosiddetto text and data mining, ovvero l’estrazione di informazioni e approfondimenti. Lecita se non si bypassano i paywall e non si pescano contenuti da siti pirata. Il riassunto dell’articolo da cui l’AI estrae i contenuti deve essere «sufficientemente dettagliato» ma secondo Szpunar può comunque esistere un danno da «mancato clic».
La Germania
In Germania al processo GEMA vs OpenAI e contro Suno si è detto che «quando un modello memorizza le opere protette e può riprodurle c’è un abuso», la Corte d’Appello di Monaco potrebbe introdurre «il sacrosanto diritto dei rightholders a concedere licenze per l’addestramento e l’offerta al pubblico di generative AI», spiega Paolo Marzano, docente di diritto e tutela della proprietà intellettuale alla Luiss Guido Carli, che ricorda anche la recente vittoria dell’Italia su Meta alla Corte Ue sull’articolo 43bis e seguenti della legge 633/1941 sul diritto esclusivo degli editori di autorizzare o vietare la riproduzione ai colossi dell’informazione.
Gli Usa
Fino ad oggi ci sono state negli Usa quasi un centinaio di case di violazione del copyright ma «ci sia aspetta di raggiungere la cifra monstre di 170 entro la fine del 2026: un quadro mai visto prima», sottolinea ancora Marzano, secondo cui «la Ue pare un passo avanti agli Usa nella difesa della creatività».
C’è la class action intentata da Elsevier, Cengage, Hachette, Macmillan e McGraw Hill a Manhattan contro Meta, il New York Times ha citato in giudizio OpenAI e Microsoft. Secondo il famoso scrittore Scott Turow, Google avrebbe divorato milioni di libri protetti da copyright attraverso siti pirata che avrebbero aggirato i paywall.
Anthropic ne è uscita con 1,5 miliardi agli autori che l’avevano trascinata in tribunale nella causa Barz vs Anthropic. Tutto ruota attorno al «fair use» delle opere protette da copyright ai sensi della legge sul diritto d’autore, sezione 107. Un concetto che mal si adatta al diritto europeo. Lì a determinare condanne e sanzioni sono quattro questioni: lo scopo e il carattere dell’opera (se commerciale o meno), la natura, la quantità e l’effetto potenziale sul mercato potenziale per l’opera originale.
Nel processo Thomson Reuters vs Ross Intelligence dalle udienze non sarebbe emerso questo fair use, l’appello atteso entro la fine del 2026. «Se sul piano giudiziario è in corso una battaglia epocale tra rightholders e Big Tech, il legislatore americano sembra immobile, paralizzato dalla posizione pro Big Tech di Donald Trump. Non è definitivamente accertato se occorrerà licenza o se l’addestramento e l’AI generativa sarà scudata dal cosiddetto “fair use”», avverte Marzano.
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