C’è un filo rosso che lega le tensioni che da mesi spirano ai piani alti di Rocca Salimbeni, sede storica del Monte dei Paschi di Siena, ai venti gelidi che soffiano sui mercati e sull’economia globale. È il filo della fiducia: la stessa materia impalpabile che regge tanto gli equilibri tra Stati quanto quelli tra azionisti e manager. Fiducia che si contrae quando la governance non è allineata agli azionisti. Fiducia che evapora quando chi gestisce le leve del comando confonde autonomia con autoreferenzialità. Ed è proprio la fiducia che le autorità di vigilanza, dalla Banca d’Italia alla Banca centrale europea, considerano il primo, vero capitale di una banca.
Banca sistemica
Si inserisce in questo quadro l’esclusione dell’attuale amministratore delegato dell’istituto, Luigi Lovaglio, dalla lista per il prossimo cda del Monte. Una scelta che non nasce da un capriccio, ma da una frattura. Caratteriale prima ancora che strategica. Lovaglio ha indubbi meriti tecnici, ha gestito una fase complessa, ha rimesso ordine nei conti di una banca che una gestione scriteriata aveva portato sull’orlo del fallimento, ha portato a termine una scalata storica, quella su Mediobanca, complicata e ambiziosa a un tempo, che ha trasformato Mps in una banca sistemica. Ma una banca sistemica non è un esercizio individuale. È un equilibrio delicatissimo tra management, soci e vigilanza. Quando questo equilibrio si rompe, il problema non è più aritmetico: diventa politico, nel senso più alto del termine.
Il nodo vero non sono tanto i rischi di inibizione al comando che potrebbero derivare a Lovaglio dall’indagine condotta dalla Procura di Milano, ma il rapporto con i soci di riferimento, in particolare con Francesco Gaetano Caltagirone. Un azionista che non è comparsa di passaggio ma investitore strutturale, che gioca con risorse proprie, con una visione e un peso specifico ben definito. Non serve riassumere qui le contrapposizioni di cui Moneta ha dato ampio resoconto per la penna di Marcello Astorri e Camilla Conti, ci limiteremo a osservare che quando il dialogo si fa ruvido, quando le scelte industriali vengono percepite come solitarie, quando il confronto si trasforma in contrapposizione, allora il problema non è la strategia ma la sintonia. E senza sintonia non c’è stabilità, senza stabilità non c’è fiducia, e senza fiducia la vigilanza alza le antenne. Bankitalia e Bce non chiedono simpatia, chiedono governance solida, coerenza tra proprietà e gestione, prevedibilità. E la prevedibilità è la prima forma di prudenza. In un mondo scosso da guerre commerciali, tensioni geopolitiche e riallineamenti monetari, una grande banca nazionale non può permettersi conflitti domestici.
Discontinuità
La discontinuità, dunque, non è un atto punitivo ma una necessità per ripristinare equilibrio e fiducia. Per questo all’esclusione di Lovaglio deve di necessità fare seguito un innesto adeguato, capace di rafforzare la governance e rassicurare a un tempo mercato e vigilanza. Nella lista per il nuovo cda figura quale presidente proposto l’attuale, Nicola Maione, che tuttavia potrebbe assumere altra presidenza nelle settimane che precedono l’assemblea di metà aprile, essendo questo il periodo dei rinnovi alla guida delle partecipate pubbliche. In questo scenario, Corrado Passera, indicato insieme a Fabrizio Palermo come possibile amministratore delegato, potrebbe diventare il candidato finale alla presidenza, completando un ticket che il mercato sembra apprezzare particolarmente. Passera conosce il credito, l’industria e la macchina pubblica; ha guidato trasformazioni bancarie complesse, ha dialogato con Bruxelles e ha attraversato crisi senza perdere la bussola istituzionale. Palermo porta disciplina finanziaria, esperienza nelle partecipazioni strategiche, abitudine al confronto con il Tesoro e capacità di mediazione con gli investitori. Non è un dettaglio: è la sostanza che interessa alla vigilanza. Perché la Bce osserva tre variabili: adeguatezza patrimoniale, qualità degli attivi e stabilità della governance. Le prime due si misurano con i numeri, la terza con i comportamenti. Il carattere, in banca, è un fattore regolamentare implicito: se diventa divisivo erode capitale reputazionale, se si armonizza con l’assetto proprietario lo rafforza.
Nell’idea dell’attuale cda di Mps, che ha preso le sue decisioni anche tra contrasti (significativa la defezione del rappresentante di Delfin guidata da Francesco Milleri, che avrebbe voluto la conferma di Lovaglio), il cambio al vertice ha un significato chiaro: Mps non vuole essere terreno di scontro ma piattaforma di rilancio. In una fase in cui il consolidamento bancario torna tema centrale, presentarsi con una governance compatta è un prerequisito, non un optional. Le autorità europee guardano con favore alle banche capaci di fare sistema, non a quelle che coltivano personalismi. La lezione degli ultimi quindici anni è scolpita nella pietra: le crisi nascono quasi sempre da eccessi di fiducia individuale e si risolvono con collegialità e disciplina.
L’assemblea dei soci
La scelta che verrà sancita dall’assemblea dei soci di Mps a metà aprile va perciò letta così: non contro qualcuno ma per qualcosa. Per riallineare interessi, rafforzare il dialogo con gli azionisti, offrire alla vigilanza un interlocutore coeso e al mercato un messaggio di maturità. Siena, con la sua storia secolare, merita meno tensioni e più visione. Il mondo corre, le banche europee si attrezzano. Chi resta isolato paga pegno. Meglio una discontinuità oggi che un logoramento domani. La stabilità non fa rumore, ma è l’unico suono che piace ai regolatori. E, alla lunga, anche agli azionisti.
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