Tensioni geopolitiche, dazi e incertezza macroeconomica sono al centro del Rapporto di Previsione di Primavera del Centro Studi Confindustria (CsC) presentato oggi. La guerra in Iran è il principale fattore in grado di determinare la traiettoria dell’economia italiana nei prossimi due anni. Il documento parte da una constatazione netta: lo scenario internazionale era già fragile prima del conflitto, ma l’escalation in Medio Oriente ha aggiunto «incertezza e altri impatti negativi per le economie», con effetti che dipendono soprattutto dalla durata della guerra.
Lo Stretto di Hormuz
La previsione di base del CsC assume che il conflitto non si prolunghi oltre marzo, ipotesi che consente di mantenere sotto controllo il prezzo dell’energia e di limitare i danni agli scambi internazionali. Tuttavia, la volatilità dello scenario globale ha spinto gli economisti a costruire due scenari alternativi, entrambi peggiorativi, che mostrano come l’Italia sia particolarmente esposta agli shock energetici e commerciali generati dalla crisi mediorientale.
Il punto centrale del Rapporto è che la guerra rappresenta una variabile sistemica: chiusura dello Stretto di Hormuz, aumento del prezzo del petrolio, rialzo dell’inflazione e frenata degli scambi sono i canali attraverso cui il conflitto può colpire direttamente crescita, consumi e investimenti.
I tre scenari
Il Centro Studi Confindustria costruisce tre scenari molto chiari, tutti legati alla durata della guerra in Iran, e li quantifica con precisione sui principali indicatori macroeconomici italiani.
Nello scenario baseline, che ipotizza la fine del conflitto entro marzo, l’economia italiana resta in territorio positivo ma con una crescita contenuta: il Pil sale dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, con consumi al +0,7%, investimenti al +2,3% nel 2026 e inflazione al +2,5%, con un picco vicino al 3%. Allo stesso tempo, il rallentamento del commercio mondiale e l’aumento dei costi di trasporto ridurranno la spinta dell’export, previsto in crescita di appena lo 0,6% nel 2026. È uno scenario che incorpora già l’effetto della guerra ma assume che lo shock energetico sia temporaneo e che il sistema economico riesca ad assorbirlo.
Nello scenario B, in cui la guerra si prolunga fino a giugno, l’Italia entra in stagnazione: il Pil nel 2026 si ferma allo 0,0% e nel 2027 cresce appena dello 0,1%, con consumi quasi fermi (+0,1%), investimenti in calo (-0,1%), export in contrazione (-0,7%) e inflazione che sale al +4,3%. Anche il mercato del lavoro rallenta, con occupazione praticamente ferma, mentre la Bce sarebbe costretta ad alzare i tassi di un punto percentuale, raffreddando ulteriormente credito e investimenti.
Nello scenario C, che ipotizza un conflitto fino a dicembre, il quadro diventa recessivo: il Pil italiano scende del -0,7% nel 2026 e resta negativo nel 2027 (-0,1%), con consumi in calo (-0,4%), investimenti in forte contrazione (-0,8%), export in caduta (-1,6%), occupazione negativa (-0,5%) e inflazione che schizza al +5,9%. In questo scenario il rincaro energetico è molto più violento, con petrolio fino a 140 dollari, gas a 100 euro e tassi Bce in aumento di 2 punti percentuali, azzerando di fatto l’allentamento monetario degli ultimi anni.
Incertezza
Il messaggio del Rapporto è netto: più si allunga la guerra, più l’economia italiana passa dalla crescita alla stagnazione e infine alla recessione, con effetti diffusi su consumi, investimenti, export, occupazione e inflazione. Il conflitto, infatti, accresce un livello di incertezza già «superiore persino a quello registrato durante la pandemia», con effetti diretti sulle decisioni economiche di famiglie e imprese.
Difesa e industria: una leva per la crescita
Accanto ai rischi, il Centro Studi Confindustria individua anche una possibile leva di sviluppo: l’aumento della spesa per la difesa previsto dagli impegni Nato. Il passaggio dall’1,5% al 3,5% del Pil entro il 2035 potrebbe diventare un motore di crescita, soprattutto se concentrato sugli investimenti e sulla produzione nazionale.
Nello scenario più favorevole, l’impatto cumulato sul Pil potrebbe arrivare al +3% in dieci anni, con un moltiplicatore elevato grazie agli effetti su produttività, occupazione e innovazione. Il Rapporto sottolinea che l’adempimento degli impegni Nato può trasformarsi in «un importante volano per l’innovazione e la crescita del Paese», soprattutto se accompagnato da una politica industriale mirata.
Export e mercati globali: la resilienza italiana
Un altro elemento chiave del Rapporto riguarda la capacità delle imprese italiane di adattarsi agli shock internazionali. In un mondo segnato dal disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina e dall’aumento delle barriere commerciali, il sistema produttivo italiano dimostra una forte resilienza, grazie alla rapida ricomposizione geografica degli scambi e alla diversificazione dei mercati.
La strategia indicata dal CsC è chiara: rafforzare gli accordi commerciali con partner strategici come Mercosur, India e Messico e puntare su qualità, innovazione e posizionamento nei segmenti ad alto valore aggiunto per competere con la sovrapproduzione cinese e le barriere americane.
Giovani e capitale umano: la sfida strutturale
Il Rapporto avvia una riflessione di lungo periodo sul capitale umano, considerato una delle principali criticità dell’economia italiana. I giovani sono una risorsa sempre più scarsa, con una quota sulla popolazione in calo e un tasso di occupazione inferiore alla media europea.
Negli ultimi cinque anni oltre 190mila giovani hanno lasciato il Paese e circa la metà era laureata, segno di un sistema che fatica a trattenere competenze strategiche. Per questo il CsC invoca una strategia strutturale che renda il mercato del lavoro più attrattivo e favorisca l’allineamento tra formazione e domanda delle imprese, perché una politica organica sul capitale umano rappresenta «una leva di politica industriale» capace di sostenere crescita e innovazione nel lungo periodo.
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