Mentre il mondo resta confuso dalle dichiarazioni di Donald Trump, e analisti e governi cercano di anticiparne le prossime mosse, un cambiamento geopolitico ben più profondo sta prendendo forma lontano dai riflettori. È un cambiamento silenzioso, ma destinato a ridefinire gli equilibri di potere in Europa. E al centro di questa trasformazione c’è l’Italia, che sta cercando di costruire una nuova architettura della sicurezza energetica europea. Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo bisogna partire da un numero: dieci.
Il complesso di Ras Laffan
Dieci sono le spedizioni di gas naturale liquefatto che il Qatar non consegnerà all’Italia entro metà giugno. Non si tratta di ritardi, ma di cancellazioni definitive. Dopo gli attacchi iraniani al complesso di Ras Laffan, QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore, bloccando circa il 17% delle esportazioni complessive di Gnl del Paese. Il danno è enorme: circa 20 miliardi di dollari di perdite annue e tempi di recupero stimati tra i tre e i cinque anni. Per l’Italia, che prima della crisi dipendeva per il 45% del proprio Gnl dal Qatar e che importa il 95% del gas consumato, si tratta di uno shock sistemico.
Il viaggio della Meloni
La risposta di Giorgia Meloni è stata tanto rapida quanto strategica. Lo scorso 3 aprile la premier è partita per una missione lampo nel Golfo, incontrando in meno di 48 ore i vertici di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Una vera e propria diplomazia d’emergenza, con l’obiettivo di ridisegnare le rotte energetiche europee in uno scenario in cui lo Stretto di Hormuz è sempre più vulnerabile e instabile. Il risultato è un mosaico di soluzioni alternative che, pur non sostituendo completamente il Gnl qatariota, costruiscono una resilienza che all’Europa è mancata per anni. In Arabia Saudita, il punto chiave non è solo il petrolio, ma il gasdotto Petroline, progettato già negli anni Ottanta per aggirare Hormuz e collegare il Golfo Persico al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Da lì, il greggio può raggiungere il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, accorciando di fatto la distanza energetica tra Riyadh e l’Italia.
Proiezione industriale
Negli Emirati Arabi Uniti, invece, il focus è sul gasdotto Habshan-Fujairah, che consente di esportare petrolio evitando completamente Hormuz. Una capacità attuale di circa 1,5 milioni di barili al giorno che rappresenta un’alternativa concreta in caso di blocco del traffico marittimo. Con il Qatar, paradossalmente, la strategia è stata ancora più lungimirante. Impossibile contare su nuove forniture nel breve periodo, la Meloni ha puntato sull’industria: supporto italiano alla ricostruzione di Ras Laffan e accesso preferenziale al progetto Golden Pass in Texas, joint venture tra QatarEnergy ed ExxonMobil. Un investimento sul futuro, che posiziona l’Italia in prima linea quando la produzione tornerà a regime.
In questo quadro si inserisce un tassello spesso sottovalutato ma decisivo: la proiezione industriale italiana nel Golfo.
Il ruolo di Eni
La collaborazione tra Eni, guidata da Claudio Descalzi, e la società saudita Acwa Power rappresenta molto più di una semplice joint venture. È un’infrastruttura strategica immateriale, fatta di tecnologia, know how e presenza stabile nei progetti energetici del Regno saudita. Questa partnership consente all’Italia di essere non solo cliente, ma attore diretto nella trasformazione energetica del Golfo. Attraverso Acwa Power, uno dei principali operatori globali nelle energie rinnovabili e nella desalinizzazione, e attraverso Eni, che porta competenze avanzate nella gestione degli idrocarburi e nella transizione energetica, Roma consolida una posizione privilegiata. Significa accesso anticipato a progetti, influenza nelle scelte infrastrutturali e, soprattutto, una presenza strutturale nei flussi energetici che alimentano l’Europa. È anche un elemento coerente con il Piano Mattei, che punta a costruire relazioni di lungo periodo basate su investimenti e cooperazione industriale, non su semplici forniture. In un contesto in cui le rotte tradizionali sono sempre più instabili, avere un ruolo a monte nei sistemi energetici dei Paesi produttori diventa un vantaggio competitivo.
Trieste
I riflettori sono però accesi anche su Trieste, dove inizia il Transalpine Pipeline (Tal), una delle infrastrutture energetiche più sottovalutate del continente, che nel medio-lungo termine può diventare una leva geopolitica per gli altri Paesi della Mitteleuropa. Attraverso questo sistema, il petrolio che arriva nel porto adriatico viene trasportato nel cuore industriale dell’Europa centrale. I numeri parlano chiaro: il 100% del petrolio della Baviera passa da Trieste, così come il 90% di quello destinato all’Austria e circa il 50% delle forniture per la Repubblica Ceca. In altre parole, la produzione industriale tedesca, austriaca e parte di quella dell’Europa orientale dipendono da un’infrastruttura che ha il suo punto di ingresso in Italia. Questo significa che ogni barile che arriva a Trieste può alimentare le linee produttive di aziende automobilistiche in Baviera, gli impianti petrolchimici vicino a Vienna e le raffinerie ceche.
Il Piano Mattei
La mossa italiana non nasce dal nulla. Si inserisce proprio nel solco del Piano Mattei. Gli Emirati hanno già investito nel cosiddetto Processo di Roma, mentre Arabia Saudita e aziende italiane collaborano su progetti che vanno dalla desalinizzazione alle energie rinnovabili. Tutto questo contribuisce a un obiettivo: trasformare l’Italia da semplice Paese di transito a hub energetico europeo.

Un punto in cui convergono le forniture meridionali – dal Medio Oriente, dal Nord Africa e oltre – e da cui queste vengono ridistribuite verso il centro del continente. Le implicazioni geopolitiche sono enormi. Anche un alleato di Trump come Meloni ha scelto di muoversi autonomamente, senza attendere indicazioni da Washington. C’è poi una lezione più profonda: la dipendenza da un singolo fornitore è una vulnerabilità sistemica. La crisi del Qatar lo dimostra. E proprio per questo la diversificazione diventa la nuova parola chiave della sicurezza energetica. In questo scenario, l’Italia si ritrova con una leva unica. Controlla – direttamente o indirettamente – uno snodo attraverso cui passa una quota decisiva dell’energia destinata all’Europa centrale. E questa leva, se utilizzata con intelligenza, può tradursi in influenza politica ed economica.
Una nuova mappa energetica dell’Europa sta emergendo. E mentre il caos spinge molti Paesi a inseguire le crisi, l’Italia sembra aver scelto di anticiparle. Il vero potere sull’energia non è solo averla, ma saperne controllare i flussi. E oggi, più che mai, questo potere può passare da Roma.
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