Per ora la Bce è rimasta ferma. Ma i mercati, in assenza di un deciso miglioramento dello scenario geopolitico, si aspettano almeno due o tre aumenti dei tassi d’interesse da qui a fine anno. Il primo, di un quarto di punto percentuale, potrebbe arrivare dalla prossima riunione del board della banca centrale, in calendario l’11 giugno. Il tasso d’inflazione, spinto soprattutto dal rincaro dell’energia, non accenna a stabilizzarsi, dopo aver superato ad aprile il 3% annuo, e il costo del denaro è destinato a crescere di conseguenza. Gli aumenti peseranno maggiormente sulle aziende più indebitate, mentre le banche all’inizio ne beneficeranno, salvo poi essere costrette a modificare in tempi brevi le proprie strategie. Lo scenario che si prospetta è complesso e pieno di incognite. Quali saranno le conseguenze più immediate per le società quotate? Chi guadagna e chi perde con il costo del denaro in aumento? Ecco, di seguito, l’analisi relativa ad alcune blue chips di Piazza Affari.
Mps
Alla vigilia dell’approvazione dei conti trimestrali, in calendario lunedì, il titolo di Mps veniva scambiato a circa 9,3 euro per azione, il 23% in più rispetto a un anno fa. I più recenti giudizi sono in prevalenza positivi, anche se non mancano le eccezioni. Lo scorso 22 aprile Goldman Sachs ha confermato la raccomandazione «buy» (comprare) e alzato il target price a 11,6 euro, mentre una settimana prima, il 16 aprile, Morgan Stanley aveva manifestato maggiore cautela, giudicando il titolo «equalweight» (pesare correttamente in portafoglio) e tagliando a 9,9 euro l’obiettivo di prezzo.
Unicredit
Il titolo Unicredit valeva a metà settimana poco meno di 70 euro, in crescita di oltre il 34% rispetto a un anno fa. Prospettive ottimiste, stando almeno ai giudizi della grande maggioranza degli analisti. I più recenti risalgono tuttavia a circa un mese fa: il 9 aprile scorso Citigroup aveva confermato il «buy» e alzato il target price a 84 euro, mentre il giorno precedente gli esperti di Intesa Sanpaolo si erano a loro volta limitati a un più prudente «neutral» ritoccando comunque al rialzo l’obiettivo di prezzo a 74,7 euro.
Tenaris
In attesa del saldo dividendo, in pagamento il 20 maggio, le azioni del principale fornitore a livello globale di tubi e servizi per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas hanno sofferto in Borsa in scia alle stime prudenti per il trimestre in corso . Quanto agli analisti, Goldman Sachs ha indicazione «hold» (mantenere in portafoglio) e ritoccato al ribasso (a 26,5 euro) il target price; mentre Barclays ha invece ribadito il «buy» e alzato il prezzo obiettivo a 31 euro.
Webuild
Leader nella progettazione e realizzazione di immobili e infrastrutture, la società opera in 50 Paesi. Il titolo, quotato a Piazza Affari, veniva scambiato a metà settimana a circa 2,7 euro per azione. Lo scorso 29 aprile l’assemblea degli azionisti ha approvato il bilancio 2025 e la distribuzione di un dividendo di 0,081 euro per le azioni ordinarie e 0,26 euro per quelle di risparmio. Il più recente giudizio da parte degli analisti risale al 26 marzo, con Equita Sim che aveva emesso la raccomandazione «buy» indicando un prezzo obiettivo di 3,5 euro.
Saipem
La società opera nell’ambito energia e infrastrutture. Il titolo mercoledì scorso valeva circa 4,5 euro, con una performance positiva nell’ultimo anno del 119%. Tutte all’insegna dell’ottimismo le ultime valutazioni: il 24 aprile hanno emesso la raccomandazione «buy» Bank of America, Berenberg e Kepler Cheuvreux, con prezzi obiettivo pari rispettivamente a 4,8, 5 e 5,25 euro.
Safilo
La società opera nella produzione e distribuzione di occhiali, maschere da sci e caschi da sci e bici. Ha la sede a Padova ed è quotata a Piazza Affari dal dicembre 2005. Il titolo veniva scambiato a metà settimana a 1,55 euro, il 109% in più rispetto a un anno fa. Tutti confermati i più recenti giudizi, con Intesa Sanpaolo che il 9 aprile scorso aveva giudicato «neutral» le prospettive del titolo, mentre il giorno precedente Equita Sim aveva ribadito il «buy», con un prezzo obiettivo di 2,3 euro, in leggero calo.
Eni
Il colosso dell’energia è nel paniere dell’indice Ftse Mib. Il titolo valeva mercoledì scorso poco più di 26 euro per azione, ai massimi dell’anno, +80% rispetto a un anno fa. Gli analisti sono concordi nel prevedere ulteriori progressi: il 29 aprile scorso Hsbc aveva alzato il target price a 22 euro, mentre il giorno precedente Kepler Cheuvreux lo aveva portato a 24 euro. Il 27 aprile, Ubs ed Equita Sim avevano entrambe giudicato il titolo «buy» e alzato il prezzo obiettivo rispettivamente a 29 euro e 27,5 euro.
Ferrari
Anche Ferrari è fra le società sulle quali potrebbe influire il prossimo aumento dei tassi in quanto l’indebitamento dell’azienda non è particolarmente rilevante. Intanto il titolo non ha reagito positivamente ai riscontri arrivati dai conti del primo trimestre e segna al momento un saldo negativo di circa il 10% da inizio 2026 e in calo di quasi il 30% rispetto a un anno fa. Lo scorso 6 maggio ha subito il taglio del target price da parte di Bernstein, che lo ha fissato a 344 euro, anche se ha confermato il giudizio «outperform». Il 1° aprile Ubs, Bank of America e Jefferies, pur ribadendo il «buy», hanno modificato gli obiettivi di prezzo. Nei primi due casi riducendoli rispettivamente a 416,5 e 350 euro, nel terzo aumentandolo a 350 euro.
Leonardo
Grazie alla trimestrale migliore delle previsioni, il titolo ha archiviato un buon rialzo. La società, a controllo pubblico (l’azionista di maggioranza è il Mef), ha superato quota 55 euro nel corso della seduta. Rispetto a un anno fa il progresso della quotazione è di circa il 12%. C’è tuttavia qualche incertezza nelle previsioni degli analisti. Equita Sim ha ridotto il 4 maggio il target price a 67 euro, pur confermando la raccomandazione «buy», mentre Morgan Stanley il 27 aprile lo aveva alzato a 82 euro, ribadendo il giudizio «overweight» (sovrappesare). Il 21 aprile Jefferies era stato più cauto, tagliando sia il giudizio (a «hold») sia il prezzo obiettivo (a 62 euro).
Pirelli
Il titolo Pirelli a Piazza Affari ha recuperato quota 6 euro, consentendo il ritorno a +9,6% del tasso di crescita della quotazione rispetto a un anno fa. Qualche incertezza è però rimasta tra gli analisti. Il 20 aprile Intesa Sanpaolo pur confermando la raccomandazione «buy» ha tagliato il target price a 7 euro; il 16 aprile Bank of America ha anch’essa mantenuto il «buy», riducendo a 7,5 euro il prezzo obiettivo. I precedenti giudizi, da parte di Mediobanca e Berenberg, risalgono al 26 febbraio e al 30 gennaio, rispettivamente con 7,1 e 7,6 euro di target price e con raccomandazioni «neutral» nel primo caso e «buy» nel secondo.
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