Trovare il modo di aggregarsi con Bpm per evitare di essere fagocitata da Intesa Sanpaolo. Questo è il destino di Mps dopo essere stata la protagonista assoluta della prima fase del risiko bancario, quando, al termine di un duello durato nove mesi, era riuscita ad acquisire un gioiello come Mediobanca. Ora deve difendersi da un avversario forte, il più forte possibile in Italia sul fronte degli attivi detenuti. Il ceo Luigi Lovaglio, durante la Ceo Conference in Piazzetta Cuccia di martedì 23 giugno, ha dichiarato che lui e il cda stanno valutando tutte le ipotesi per individuare quella capace di generare il maggior valore nell’interesse degli azionisti.
IL confronto
Gli advisor Ubs e Bank of America sono al lavoro per presentare una proposta di combinazione al cda di Siena, convocato dal presidente Cesare Bisoni per il prossimo 16 luglio. Nel frattempo, Bpm si è chiusa nel silenzio in attesa che arrivi la proposta da Siena. Il grande enigma riguarda il ruolo che avrà Crédit Agricole, primo azionista della banca che con derivati e azioni detenute è già al 29,9% dell’istituto di Piazza Meda. Fattore, quest’ultimo, che in caso di fusione tra pari con i valori di Borsa attuali proietterebbe il gruppo francese come potenziale primo azionista con oltre il 12% delle quote, anche più di Delfin che si diluirebbe poco oltre il 10%. Un aspetto che potrebbe rendere molto delicata a livello politico l’operazione: sarebbe ritenuto accettabile dal governo un primo azionista straniero in un agglomerato che contiene anche Mediobanca e Generali? È tutto da vedere.
L’offerta di Intesa
Tornando però all’offerta di Intesa e al progetto di nozze del Bpm, il confronto a livello industriale rimane interessante. La prima opzione, al momento mette sul tavolo numeri molto più chiari. Il ceo di Intesa, Carlo Messina, li ha illustrati senza lesinare dettagli nella presentazione dell’offerta pubblica di acquisto e scambio. Nascerebbe un big, al netto della cessione di 635 filiali bancarie a Unipol, da 33 miliardi di ricavi annui e 11,3 miliardi di utile netto.
Mediobanca e Generali
Il tutto con la prospettiva, entro il 2029, di mettere a fattor comune 2 mila miliardi di risparmi.
Intesa manterrebbe al proprio interno metà degli sportelli dell’ex Mps, porterebbe nel perimetro del gruppo l’universo Mediobanca e la quota di riferimento in Generali. Il razionale industriale porterebbe a fondere due realtà sostanzialmente gemelle, seppur di dimensioni diverse. L’investment banking di Piazzetta Cuccia si integrerebbe con quello di Banca Imi; la fabbrica di fondi Eurizon accoglierebbe quelle di Mediobanca; la rete di filiali si amplierebbe in modo significativo; il credito al consumo di Compass rafforzerebbe quello di Ca’ de Sass; infine, si fonderebbero le reti di consulenza finanziaria di Fideuram, Widiba e Premier, generando un esercito di 10 mila consulenti pronti ad aumentare la penetrazione sul mercato dei prodotti del gruppo.
Il Leone
Per non dimenticare Generali, la preda più ambita dello scenario finanziario italiano, che vedrebbe crescere il collocamento dei propri prodotti assicurativi e potrebbe realizzare sinergie con le attività dello stesso settore già presenti in Intesa. Gli azionisti, oltre a un premio del 12,5%, diventerebbero soci del secondo gruppo bancario europeo per capitalizzazione di Borsa, pari a 126 miliardi. Una prospettiva che metterebbe l’istituto in pole position per giocare un ruolo nel risiko bancario europeo dei prossimi anni, soprattutto in un contesto normativo che potrebbe evolvere verso l’unione bancaria e un mercato unico dei capitali.
Piazza Meda
Dall’altra parte c’è Bpm, un partner di livello per un matrimonio che anni fa era visto con favore anche dal governo italiano. Ora però c’è un’alternativa e le posizioni potrebbero essere mutate. Anche in questo caso le sinergie sarebbero significative, a maggior ragione dopo che Piazza Meda ha acquisito il colosso italiano del risparmio gestito Anima, con i suoi 200 miliardi di masse.
Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna propone una fusione tra pari, promettendo sinergie di costo e ricavo per 1,1 miliardi e una creazione di valore superiore a 5,5 miliardi annui. Il che si tradurrebbe nella possibilità per gli azionisti dei due istituti di incassare dividendi più elevati.
Gli analisti di Equita
Secondo gli analisti di Equita, le due banche integrate potrebbero registrare una crescita dell’utile per azione superiore al 10%. L’operazione, osserva sempre Equita, «permetterebbe di dare vita al secondo operatore bancario in Italia per quote di mercato», diventando il primo per numero di filiali in Lombardia, Veneto e Toscana. Regioni molto ricche, che potrebbero rappresentare un terreno ideale per sviluppare un private banking ad alta redditività.
Mps-Bpm rafforzerebbe inoltre la propria filiera di prodotti con Anima nel risparmio gestito, Banca Akros nell’investment banking, le attività assicurative di Vera Vita e Bpm Vita e il private banking di Banca Aletti, che farebbe squadra con le reti di Premier e Widiba. A quel punto, il sogno del presidente di Mediobanca, Vittorio Grilli, di costruire una piccola Jp Morgan italiana potrebbe diventare realtà, soprattutto se ci fosse un progetto chiaro su Generali capace di portare Mps oltre i confini nazionali.
Insomma, il razionale industriale esisterebbe in entrambi i casi. Tuttavia, l’operazione con Intesa garantirebbe la nascita di una banca italiana realmente di scala europea, mentre Mps-Bpm, pur creando un gruppo forte a livello nazionale, resterebbe ancora troppo piccola per confrontarsi con i più grandi player continentali. Con il rischio che, in futuro, qualche pesce più grosso straniero possa metterci gli occhi addosso. Basti pensare che Intesa-Mps varrebbe ben più del doppio di Mps-Bpm, una differenza che riflette anche la capacità di produrre utili futuri e capitale in eccesso, elementi essenziali per ulteriori salti dimensionali.
Il nodo dimensioni
Il punto è che, nel medio termine, se il mercato bancario diventerà davvero europeo, gli istituti che vogliono mantenere una specificità italiana dovranno raggiungere dimensioni adeguate. In caso contrario, in un futuro merger continentale il loro peso sarebbe inferiore, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe in termini di minore attenzione al credito sui territori.
Radicamento territoriale
Lovaglio, dal canto suo, sviluppa un ragionamento con conclusioni simili ma con uno sviluppo opposto. Fa leva sul forte radicamento territoriale di Rocca Salimbeni e Bpm, considerato cruciale per sostenere il credito a famiglie e imprese. Lovaglio ha citato alla Ceo Conference la necessità di mantenere Mps indipendente, forse per cercare l’appoggio del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, al quale sta a cuore il tema. Ed evocare un possibile intervento golden power che in passato (sull’Ops Unicredit-Bpm) aveva fatto prescrizioni sul mantenimento del rapporto tra depositi e prestiti di Bpm.
Resta il fatto che il progetto di Lovaglio, che con le nozze Mps-Bpm probabilmente rimarrebbe in sella come ceo, propone in verità una trasformazione. Insieme a Grilli immagina una Jp Morgan italiana, concentrandosi soprattutto sul private banking. Almeno sulla carta, la volontà di avvicinarsi ai grandi gruppi finanziari americani sembra prevalere rispetto all’idea di costruire una gigantesca Popolare focalizzata sul credito alle pmi. E la capacità di concedere prestiti a famiglie e imprese sarà centrale agli occhi della politica.
Alla fine, però, quello che conterà davvero sarà convincere il mercato di poter generare più profitti. E su questo fondamentale Intesa sembra partire due passi avanti rispetto ai rivali.
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