Tutto è bene quel che finisce bene per la galleria Hauser & Wirth di Zurigo, multinazionale dell’arte contemporanea con sedi a Londra, New York, Los Angeles, Parigi, Hong Kong e Monaco. La giustizia britannica l’ha infatti assolta dal procedimento penale per aver violato le sanzioni contro la Russia con la vendita di un’opera di George Condo. Il caso ha fatto discutere ma è solo un ago nel pagliaio di un mercato da anni cannibalizzato da gallerie colosso come appunto quella svizzera, con fatturati da centinaia di migliaia di dollari. Qualcosa però sta cambiando e anche i big hanno avviato una spending review strutturale, a cominciare dalle sedi estere, con tagli al personale e alla scuderia degli artisti. La riprova è il fatto che negli ultimi due anni numerose gallerie hanno chiuso sedi, ridotto le attività o avviato ristrutturazioni.
I casi emblematici
Tra gli episodi più significativi figurano la chiusura di Dépendance, spazio di ricerca belga, il fallimento della Stephen Friedman Gallery e il ridimensionamento di Air de Paris. Anche diverse gallerie internazionali hanno scelto di ridurre la propria presenza, chiudendo sedi strategiche negli Usa. Tra queste figurano Galerie Templon, Timothy Taylor e Tanya Bonakdar Gallery, che hanno abbandonato o ridimensionato le attività a New York e Los Angeles. Altre realtà hanno intrapreso percorsi analoghi.
Già il 2025 aveva segnato la scomparsa o il ridimensionamento di operatori importanti come Blum Gallery, Venus Over Manhattan, Clearing e Kasmin Gallery. Parallelamente, molte gallerie hanno iniziato a ridurre il personale, contenere i costi e limitare il numero di artisti rappresentati, segnando una inversione rispetto alla logica espansiva degli ultimi decenni. Particolarmente significativo è stato il caso di Pace Gallery, una delle realtà che insieme a Gagosian, Hauser & Wirth e David Zwirner aveva incarnato il modello della mega galleria globale. La decisione di ridurre il personale e di diminuire il numero di artisti ed estate rappresentati è stata interpretata da molti osservatori come il segnale che anche il paradigma della crescita continua abbia raggiunto un limite. Significativa la dichiarazione del ceo Marc Glimcher: «Il modello della mega-galleria basato sulla crescita continua non è più sostenibile».
Il parere degli analisti
Secondo gli analisti, non si tratterebbe di un semplice rallentamento ciclico, ma di una revisione del sistema delle gallerie costruito negli ultimi quindici anni. Quali le cause? Anzitutto la diminuzione del numero di collezionisti attivi nella fascia intermedia, quelli abituati ad acquistare opere d’arte tra i 50.000 e i 500.000 euro; poi il forte aumento dei costi fissi. A incidere sono anche i prezzi delle fiere sempre più elevati e ormai quasi obbligatorie per mantenere visibilità internazionale, la concentrazione delle vendite su artisti blue chip e pochi collezionisti molto facoltosi, e il rallentamento delle vendite nel mercato primario dopo il boom post-pandemia. Un’epoca al tramonto? Di fatto sta emergendo un modello più leggero con meno sedi internazionali, team più piccoli, meno artisti rappresentati ma con maggiore attenzione individuale, minore dipendenza dalle fiere, maggiore uso di collaborazioni temporanee, pop-up e project space. Paradossalmente, alcune gallerie medio-piccole vedono questa fase come un’opportunità perché il sistema delle mega gallerie aveva reso difficile la sopravvivenza degli indipendenti.
La crescita delle case d’asta
A concorrere alla trasformazione vi è anche la crescita delle case d’asta che continuano a registrare vendite importanti (in questo primo semestre +69,8%). Fino a circa un decennio fa, l’asta era l’ultima tappa di un percorso che vedeva le carriere degli artisti lanciate dalle gallerie fino al mercato secondario. Oggi invece succede sempre più spesso che un artista finisca in asta dopo pochi anni di attività, provocando tre effetti: la perdita del controllo dei prezzi da parte delle gallerie, l’aumento di volatilità delle quotazioni e il fatto che alcuni collezionisti preferiscano aspettare le aste anziché comprare nel mercato primario. Le aste c’entrano dunque, ma sono solo uno dei fattori e neppure il principale. La scomparsa del collezionista medio è forse la questione più importante e si sa che tradizionalmente le gallerie vivono soprattutto della fascia intermedia: professionisti, imprenditori, collezionisti che acquistano opere tra 5.000 e 100.000 euro. È questo segmento che oggi è più prudente causa inflazione, tassi e incertezza geopolitica.
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