La nostra economia ha qualcosa da imparare dalla ripartenza del 1946? Esiste qualcosa da cui ripartire o su cui riflettere?
L’Italia del 1946 era un paese avido di rinascita, un’economia distrutta che attendeva di essere ricostruita. Un paese sconfitto con quarantasei milioni di vincitori pronti a dimenticare tutto quello che era stato. Nessuno ricordava di essere stato fascista o di aver assecondato il regime, ma addirittura si correva alla ricerca del titolo di antifascista, quando l’antifascismo, pochi anni prima, era un fenomeno a dir poco marginale.
All’appello mancavano quelli che non potevano riscrivere più la loro identità o farsi dei ritocchi alla memoria: mancavano i morti. Ed erano tanti. Per questo, al netto delle colpe, tutti avevano da dimenticare qualcosa. Al punto di arrivare a dimenticare persino che ci fosse qualcosa da dimenticare.
In un frammento ricco di amarezza nel capitolo del ‘46 del suo Parliamo dell’elefante Leo Longanesi appunta: «Ci si accorge, a un tratto, che Gabriele D’Annunzio a paragone delle polpette di oggi è un gigante. Dominò il suo tempo, creò uno stile, riuscì a interessare quaranta milioni di italiani ai suoi capricci e, morendo, si trascinò dietro l’ultima Italia ancora presentabile in pubblico, la sua. Una Italia nella quale vissero Giolitti, Turati, Gemito, Verga, Mancini eccetera. Se ci guardiamo attorno, che nebbia! E in questa nebbia, le sole persone che riescono a conservare un profilo sono Nenni, De Gasperi, Nitti, i superstiti del vecchio mondo, coriandoli di un veglione di anteguerra 1916. Noi abbiamo sputato sul piatto, ma abbiamo dato soltanto sputo».
E Longanesi fotografa così il momento: «Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee.» E qui inizia il mito borghese al quale Longanesi cede quale ultimo appiglio di un mondo che non esiste più e che forse non c’era mai stato: «Abituati per anni ad attendere notizie straordinarie, acquistiamo i giornali in cerca di un titolo che ci allarghi il cuore. Ma tutto, ormai, tutto quel che attendevamo è accaduto: Mussolini è morto, la guerra è finita. Che cosa può attendersi ancora una generazione come la nostra? “Che ribassino i prezzi! “, risponde una voce di piccolo borghese. È la nostra. Non ce lo saremmo mai aspettato!».
Ma l’Italia riparte, un’Italia borghese senza più sudditi, di uomini uguali, che si spartiscono la sovranità che appartiene al Popolo, finché non ne resta più traccia. Tutti signori, per non esserlo in fondo nessuno. E Longanesi affonda: «Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, ch’è la figlia diletta della libertà. La libertà è morta perché si è troppo estesa: il suffragio universale della libertà ha ucciso la libertà».
Ma sono tutti animati dalla smania di ricominciare, di lasciare alle spalle la povertà e rimettersi in piedi. Luca Leone li racconta nel suo romanzo La primavera in cui imparammo a sognare iniziando con un giornale radio della sera: «Domani, sabato 11 maggio, il Teatro alla Scala riaprirà le sue porte al pubblico dopo tre anni di silenzio. Sul podio tornerà il maestro Arturo Toscanini, richiamato dall’America per dirigere il concerto inaugurale della rinascita. L’orchestra e il coro hanno ripreso posto nella grande sala, ancora segnata dai bombardamenti dell’agosto 1943, e la città vive ore di viva attesa. Le biglietterie sono state riaperte da giorni, e i lavori di restauro, sostenuti con offerte popolari e l’impegno di maestranze milanesi, si sono conclusi in tempo per l’evento. La Radio Italiana trasmetterà in diretta la serata di domani, che segnerà il ritorno della Scala come cuore musicale del Paese».
Leone alterna i giornali radio ai racconti, come quello dei due Sciuscià che ispirarono De Sica. Un libro sull’entusiasmo per la ripartenza come testimonia questo brano di radiogiornale:
«Accanto alla vita politica, l’Italia ritrova anche i segni della normalità. È entrato in funzione in questi giorni il nuovo concorso a pronostici calcistici Sisal, che consente di indicare i risultati di dodici partite. Il concorso, destinato a sostenere le attività sportive nazionali, ha suscitato grande curiosità e lunghe code presso le ricevitorie».
È il racconto di quell’Italia che ha visto macerie e ha ricostruito tutto, dove si muovevano personaggi come Enrico Mattei (in foto) che portarono l’Italia al miracolo economico del Boom. Non solo entusiasmo ma anche gerarchia di priorità: energia, infrastrutture, industria e produzione.
Quell’Italia porta con sé un insegnamento importante che dovremmo conservare. Si è sempre rimproverato al nostro Paese di non aver fatto un’autoanalisi approfondita. Di aver dimenticato tutto e perdonato presto.
Proprio oggi che vanno di moda i riti pubblici di damnatio memoriae. Le crociate per la cancellazione della cultura che instillano un diuturno senso di colpa per essere nati nella parte più fortunata del mondo.
La lezione del dopoguerra, invece, sta nel combattere lucidamente nel presente, senza lasciare troppo spazio ai demoni sconfitti nel passato e nell’avere ben chiara la differenza tra essenziale e superfluo. Ogni rinuncia al superfluo è sempre revocabile mentre, quando si rinuncia all’essenziale, potrebbe non esserci più un’altra occasione per riaverlo. E se dobbiamo prendere esempio dal passato cerchiamo di dipingere futuri diversi dalla guerra.
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