C’è una data cerchiata in rosso nei corridoi del Tesoro: il 22 aprile. È lì che arriverà il verdetto, quello vero, quello che conta. Eppure, a dispetto del coro prevalente che dà per scontata una permanenza dell’Italia nella procedura per deficit eccessivo, nelle ultime ore filtra un’aria diversa. Più che ottimismo, una sensazione: questa volta potrebbe davvero succedere. Non a caso Giancarlo Giorgetti, con la consueta cautela, si è lasciato scappare una frase che dice molto più di quanto sembri: «Io credo nei miracoli». Il miracolo, in effetti, si gioca tutto su una manciata di decimali. L’asticella è quel 3% di deficit/Pil che separa la normalità dalla procedura europea. L’ultima fotografia ci dice 3,07%, dopo una prima stima al 3,11%. Ma la storia recente insegna che i numeri non sono mai davvero definitivi, soprattutto quando in campo c’è l’Istat. Negli ultimi mesi le revisioni si sono rincorse con una certa disinvoltura: prima sembrava che l’Italia fosse già uscita dalla procedura a metà 2025, con un deficit sotto il 3%, poi le correzioni hanno riportato il dato sopra soglia. Un’altalena che, paradossalmente, tiene ancora aperta la partita. È qui che nasce l’indiscrezione: ci sono buone informazioni che il dato finale potrebbe limarsi ancora, quel tanto che basta per cambiare tutto. Non sarebbe la prima volta che una revisione, definita “limitata”, sposta quasi un miliardo. E quando il confine è così sottile, basta davvero poco.
Dato politico
Sul fondo resta un dato politico difficilmente contestabile: l’Italia oggi è tra i Paesi più diligenti d’Europa. Ha ridotto il deficit più di altri, ha un avanzo primario – caso unico nel G7 – e paga il peso degli interessi sul debito (3,9% del Pil) e non quello di una spesa fuori controllo. In altre parole, il disavanzo non nasce da scelte allegre, ma da un’eredità pesante. Eppure, è proprio su quel filo dello 0,0 e qualcosa che si decide tutto. Il paradosso è evidente. Mentre altri grandi Paesi continuano a muoversi con margini ben più ampi, Roma resta inchiodata a una regola rigida come una camicia di forza. Eppure, se il numero dovesse scendere anche solo di un soffio, cambierebbe la narrativa: uscita anticipata dalla procedura, risparmi sugli interessi, un piccolo spazio di bilancio guadagnato (6,4 miliardi in due anni) e un segnale forte ai mercati.
Prudenza obbligatoria
Certo, la prudenza resta d’obbligo. Anche perché lo stesso Giorgetti sa bene quanto sia fragile l’equilibrio. L’Istat, di certo, «non gioca nella squadra del governo», è il retroscena che circola, a metà tra ironia e realismo. Ma proprio per questo, forse, il finale è ancora tutto da scrivere. Perché se è vero che i miracoli non sono materia da ministeri, è altrettanto vero che, nei conti pubblici italiani, spesso basta un decimale per trasformare l’impossibile in realtà.
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