Oggi manca il prodotto raffinato, non il petrolio». Gianni Murano, presidente Unem – che rappresenta le principali aziende che operano in Italia nei settori della raffinazione – racconta a Moneta la sfida che tocca il settore in vista del vertice governativo.
Le raffinerie sono al 77%, perché?
«Il 77% è il tasso medio di utilizzo delle nostre raffinerie nell’anno in corso, ad agosto è stato dell’85%. Ogni impianto ha configurazioni tecnologiche, programmi di manutenzione, mix produttivi e vincoli logistici differenti. Inoltre, le raffinerie non producono tutte gli stessi prodotti nelle stesse quantità. È quindi un dato che va interpretato e che non può essere tradotto automaticamente in capacità produttiva disponibile nel breve termine. Spazi di crescita ci sono, e ci sono già stati, ma in determinate condizioni di mercato e di domanda».
Che cosa si aspetta dall’incontro dell’8 ottobre con i ministri?
«L’industria della raffinazione è un asset strategico per il Paese e ha dimostrato negli ultimi anni una notevole capacità di garantire gli approvvigionamenti anche nelle fasi più difficili. Sarà un’occasione utile per tracciare una fotografia reale della situazione produttiva, individuare eventuali ostacoli e definire una linea di interventi che consenta di rafforzare la sicurezza energetica nazionale ed europea. Le emergenze richiedono strumenti immediati, ma non ci si può limitare a guardare al breve termine».
Quanto si può aumentare realmente la capacità nel breve periodo? E quali interventi sarebbero necessari?
«La raffinazione è un’attività ad alta intensità di capitale e con processi industriali molto complessi. Pensare di recuperare rapidamente anni di riduzione della capacità europea non è realistico. Si deve sviluppare una strategia energetica europea che includa la raffinazione e individui gli strumenti necessari a mantenere attiva l’attuale capacità di raffinazione».
Ha senso oggi investire per aumentare la capacità di raffinazione tradizionale o gli investimenti devono andare soprattutto alla bioraffinazione?
«Le due cose non sono in contraddizione. Nel percorso di decarbonizzazione le bioraffinerie rappresentano una delle soluzioni più concrete e immediate per ridurre le emissioni nei trasporti. Tuttavia, per molti anni continueremo ad avere bisogno di carburanti tradizionali per sostenere la mobilità, il trasporto merci, l’aviazione e numerosi processi industriali. L’obiettivo deve essere accompagnare la transizione senza deindustrializzare l’Europa».
La crisi può essere un punto di svolta?
«Questa crisi, insieme a quella dell’automotive, dimostra che politiche europee basate su approcci ideologici e con scarsi fondamentali tecnici e pragmatici non riescono a conciliare decarbonizzazione, competitività industriale e sicurezza degli approvvigionamenti. La raffinazione, le bioraffinerie e la filiera energetica della mobilità svolgeranno un ruolo decisivo ancora per molti decenni. Se sapremo trarre insegnamento da questa fase potremo liberarci dagli ancoraggi ideologici e costruire un sistema industriale forte e più resiliente».
Il price cap è sufficiente per affrontare questa crisi?
«Il price cap rappresenta una risposta temporanea e volontaria, ma non può risolvere le cause strutturali. L’Europa importa circa 40 milioni di tonnellate di gasolio, ossia il doppio dei consumi italiani, e quando si verifica una riduzione dell’offerta globale l’effetto sui prezzi tende inevitabilmente a trasferirsi lungo tutta la filiera. Oggi ciò che manca non è il petrolio ma i prodotti raffinati perché negli ultimi 15 anni in Europa sono state chiuse 30 raffinerie, cioè il 20% della capacità totale. Per anni abbiamo dato per scontato che i prodotti raffinati sarebbero stati sempre disponibili sul mercato internazionale. Oggi scopriamo che la sicurezza energetica riguarda anche la capacità industriale di trasformare i prodotti».
Se il costo industriale del prodotto continua a salire chi lo assorbe?
«Nessuna politica commerciale può prescindere dagli economics dell’industria. Se il costo del prodotto continua a crescere, la sostenibilità di unprice cap dipenderà dalla capacità dell’operatore di assorbire temporaneamente parte dei maggiori costi».
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