C’ era tutta la Silicon Valley a brindare per Donald Trump il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Ma dopo il ribaltone delle Midterm e nonostante un primo momento di euforia sui mercati, i colossi della tecnologia continuano a tentennare in borsa.
Il ribaltone dei Democratici ha, in un primo momento, spinto Wall Street in orbita: nel giro di 24 ore dal voto i colossi tech hanno guadagnato oltre 750 miliardi di valore, trend che poi è continuato anche il giorno seguente. Amazon è volata dell’8%, Apple del 7% toccando i massimi storici, Google di oltre il 6% e Microsoft del 4%. Il giorno dopo lo scenario si è però completamente capovolto.
Ad aver spinto i titoli tech era stata una doppia scommessa dei mercati: i paletti sui nuovi data center potrebbero frenare gli ulteriori investimenti nell’infrastruttura AI e, al tempo stesso, corazzare chi ha già la potenza di calcolo rendendola una risorsa ancora più rara e preziosa. Mentre inizialmente buona parte delle Magnifiche Sette ha preso l’ondata blu con ottimismo, lo stesso non si può dire dei produttori di chip, che si troveranno a confrontarsi con limiti sempre maggiori sullo sviluppo di data center in Texas e Ohio: Nvidia è scesa alla soglia dei 190 dollari ad azione perendo quasi un quarto della sua capitalizzazione in un solo mese, e il Philadelphia Semiconductor Index – che comprende le trenta principali società Usa nei semiconduttori – nella sola giornata di giovedì cedeva il 9% e in un mese segna un tracollo vicino al 30%.
L’ottimismo post-voto si è insomma sgonfiato nel giro di qualche ora: le trimestrali dei colossi tecnologici, pur mostrando ricavi e utili in crescita, hanno puntato i riflettori sulla sostenibilità degli investimenti destinati all’AI. In un solo mese il Nasdaq 100 ha perso il 6,6%, mentre sono aumentati i premi sui credit default swap (Cds) di molte società tecnologiche. Un segnale della crescente percezione del rischio di insolvenza.
«L’attuale correzione del Nasdaq è nell’ordine delle cose a fronte di un bull market di più di quattro anni e di una corsa iperbolica di alcuni settori», spiega a Moneta Andrea Cuturi, partner e consigliere delegato di Anthilia Capital Partners Sgr. «Gli elementi più preoccupanti da tenere sotto osservazione sono il credito legato alla tecnologia e i costi di finanziamento. Il deterioramento del merito di credito però può convivere con un mercato azionario positivo che tende ad anticipare gli utili futuri».
Tornano i timori di una bolla come quelle delle dot-com del 2000 e dei mutui subprime del 2008? Oggi i colossi tecnologici hanno bilanci più solidi, ma investono anche cifre senza precedenti: «Gli investimenti nell’AI sono stimati intorno a mille miliardi di dollari all’anno per i prossimi sei-otto anni. In rapporto al Pil Usa dovrebbero raggiungere poco meno del 4%, contro l’1% della bolla delle tlc», spiega Gianmarco Bonacina, analista di Banca Akros. Il rischio è che i profitti non ripaghino gli investimenti.
A ridimensionare i timori sono però le valutazioni di borsa, inferiori rispetto agli eccessi del passato: «L’S&P 500 quota intorno a 18 volte gli utili, il Nasdaq poco sopra 20. L’indice dei semiconduttori è a 16 contro una media storica di 24», osserva Bonacina. Il mercato dell’AI è un oligopolio caratterizzato da attori di grandi dimensioni, mentre il mercato immobiliare del 2008 era retail e legato alla salute della parte più debole dell’economia americana.
A spaventare i mercati sono però le previsioni: Wall Street dubita che la liquidità prodotta dalle aziende basti a finanziare i data center. Le grandi malate sembrano essere Oracle e CoreWeave, la regina delle neocloud. «In generale, il settore di servizi in cloud ci lascia perplessi», spiega Cuturi. E anche quello dei semiconduttori preoccupa: «In uno scenario di rallentamento degli investimenti da parte degli hyperscaler i maggiori a soffrirne sarebbero i realizzatori dei data center e i produttori di semiconduttori e microchip».
A complicare il quadro si aggiungono i risultati delle Midterm. «La principale preoccupazione per gli investitori riguarda il Texas, da cui dovrebbe provenire circa il 25-30% della capacità dei data center statunitensi. La vittoria della democratica Gina Hinojosa alimenta forti timori sul futuro degli investimenti. SpaceX ed Elon Musk si trovano direttamente coinvolti in questa complessa situazione politica», avverte Dan Ives, partner, senior managing director e analista di Yorkville Ives & Co.
Alphabet
La trimestrale che ha inquietato di più gli investitori è quella di Alphabet. Che sembra vivere un paradosso: investe per sviluppare una tecnologia, Ai Mode, che sta cannibalizzando la sua principale fonte di ricavi, la pubblicità dalle ricerche degli utenti. Il trimestre ha riportato ricavi per 127,6 miliardi di dollari (+25%) e un utile netto di 26,2 miliardi. Ma cresce anche la spesa prevista: 195-205 miliardi nel 2026. I ricavi delle ricerche online di Google sono cresciuti del 12%, contro il 17% precedente. Il titolo ha perso oltre il 12% nella seduta dopo la trimestrale, bruciando circa 500 miliardi di capitalizzazione.
Il rallentamento della pubblicità non implica però che l’AI non sia redditizia: «Alphabet ha una potenzialità enorme di monetizzare gli investimenti nei suoi modelli, Gemini in primis, che oggi non è ancora nei conti», spiega l’analista di Akros. I modelli Gemini sono venduti a prezzi inferiori a Claude di Anthropic: rincararli potrebbe generare miliardi di ricavi.
Amazon e Meta
Amazon ha invece realizzato ricavi trimestrali per 201,9 miliardi (+12%). Il problema è che la società fondata da Jeff Bezos prevede 220 miliardi di investimenti nel 2026. Il flusso di cassa libero è negativo per 42,4 miliardi. Aws, la piattaforma di cloud computing, ha accelerato la crescita (+39%). «Amazon parte da una situazione finanziaria talmente solida che i risultati del terzo trimestre non evidenziano particolari criticità», spiega Bonacina.
Più complesso il caso di Meta: ricavi trimestrali a 64,6 miliardi (+26%) e utile di 9,9 miliardi. Gli investimenti infrastrutturali per 34,9 miliardi hanno portato il flusso di cassa libero a -2,12 miliardi. Mark Zuckerberg, ceo dell’ex Facebook, prevede 135-145 miliardi di spesa annua. Per questi motivi S&P ha rivisto a negativo l’outlook sul rating AA-: nel 2027 il deficit di liquidità dopo gli investimenti potrebbe raggiungere 71 miliardi. Nell’ultimo mese il titolo ha perso oltre il 13%.
Microsoft e Apple
Due casi a parte Microsoft e Apple. La prima ha registrato ricavi per 92,3 miliardi, un utile netto di 36,6 miliardi e investimenti per 45,2 miliardi, a fronte di 58 miliardi di liquidità operativa. Tra i suoi prodotti, Azure è cresciuto del 48% e Microsoft 365 Commercial Cloud del 17%, anche grazie a Copilot. Anche Microsoft però sta comunque valutando una nuova emissione obbligazionaria da 25 miliardi di dollari, la prima sul mercato americano in oltre nove anni.
Cupertino, invece, ha registrato ricavi record per 114,5 miliardi (+12%) e un utile netto di 30,7 miliardi (+12%). Diversamente dagli hyperscaler, Apple ha scelto di limitare gli investimenti diretti nelle infrastrutture AI, ma questo non la sottrae all’impatto dei rincari dei microchip. Lo dimostra il fatto che preveda per i tre mesi natalizi un margine lordo del 45-46% contro il 47% atteso.
Anthropic
Anche gli sviluppatori di modelli sono affamati di capitali. Anthropic, che si quoterà a metà novembre con una valutazione prevista di 2 mila miliardi di dollari, ha registrato nel terzo trimestre ricavi per 16,96 miliardi, ma anche una perdita di 23,29 miliardi e impegni contrattuali pluriennali per 895,4 miliardi. La società fondata da Dario e Daniela Amodei, inoltre, è diventata il primo cliente di SpaceX. Proprio nella circolarità dei legami economici tra aziende risiede la similitudine con le crisi borsistiche del passato. «Microsoft e Amazon sono soci di Anthropic e allo stesso tempo le vendono servizi di cloud computing, mentre Nvidia finanzia alcuni dei propri clienti», riconosce Bonacina. Nel terzo trimestre Anthropic avrebbe generato oltre 5 miliardi di ricavi per il gruppo di Musk grazie all’affitto della potenza di calcolo nei data center di Memphis, pari al 34,5% del fatturato complessivo. Nonostante la solidità delle aziende, potrebbe bastare la caduta di un solo tassello per scatenare il domino.
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