Per chi ha un mutuo variabile o sta per chiedere un finanziamento, il nuovo rialzo deciso dalla Banca centrale europea significa una rata più cara e una convenienza ridotta rispetto al fisso. Dopo la pausa di luglio, Francoforte ha infatti aumentato di 25 punti base i tassi: quello sui depositi passa dal 2,25% al 2,50%, mentre quelli sulle operazioni di rifinanziamento principali e sui prestiti marginali raggiungono il 2,65% e il 2,90%. Il costo medio del variabile è così destinato a superare il 3% e il risparmio si assottiglia sulla rata e sull’intero finanziamento.
La Bce è tornata ad aumentare il costo del denaro dopo il rialzo di giugno e lo stop deciso nella riunione successiva. A spingere Francoforte verso una nuova stretta è stata soprattutto la ripresa dell’inflazione nell’area euro, salita in agosto al 3,3%, uno dei valori più elevati degli ultimi tre anni e ancora distante dall’obiettivo del 2%. Sul rialzo dei prezzi pesa la crisi energetica provocata dal protrarsi del conflitto in Medio Oriente, che ha alimentato l’incertezza sulle forniture e sulle quotazioni dell’energia.
Gli effetti della stretta si trasmettono anche al costo del credito. Per i mutui variabili il passaggio è più diretto, perché le rate sono generalmente legate all’Euribor, indice che tende a seguire la politica monetaria della Bce. Il fisso dipende invece soprattutto dagli indici Irs, influenzati dai rendimenti delle obbligazioni a medio-lungo termine. Secondo l’Osservatorio di MutuiOnline.it, in agosto il Tan medio dei mutui variabili a 20 e 30 anni era rimasto stabile al 2,80%, dopo l’aumento di luglio seguito alla stretta dell’11 giugno. Era però salito anche il costo del fisso, dal 3,35% al 3,46%. A incidere è stato il rialzo dei Bund tedeschi a trent’anni, riferimento per gli Irs usati dalle banche: i rendimenti a lunga scadenza hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi quindici anni, risentendo delle tensioni geopolitiche.
Le simulazioni
Con l’aumento deciso dalla Bce, le simulazioni di MutuiOnline.it indicano per il variabile un Tan medio del 3,05%. La distanza rispetto al fisso, ipotizzato fermo al 3,46%, si riduce così dai precedenti 66 punti base a 41. Il variabile conserva dunque un vantaggio economico, ma il margine diventa molto più contenuto e deve essere valutato insieme al rischio di ulteriori aumenti. La differenza è evidente traducendo i tassi nelle somme effettivamente pagate dalle famiglie. Per un mutuo da 120 mila euro della durata di vent’anni, prima della decisione della Bce la rata del variabile era pari a 653 euro al mese, contro i 693 euro del fisso: 40 euro di scarto. Dopo il rialzo, la rata indicizzata all’Euribor sale a 668 euro e il risparmio mensile si restringe a 25 euro. Considerando l’intera durata del finanziamento, il vantaggio sugli interessi scende da circa 9.600 a 5.900 euro. Il rialzo assorbe quindi 15 euro al mese del precedente vantaggio del variabile, pari a 180 euro nell’arco di un anno. Sulla durata complessiva del mutuo, invece, il beneficio economico rispetto alla rata bloccata si riduce di circa 3.700 euro.
Si tratta di un cambiamento che rende più importante valutare non soltanto il costo iniziale, ma anche la possibile evoluzione dei tassi. Se ci si trova a dover scegliere un mutuo non è dunque sufficiente confrontare la rata iniziale. Il fisso protegge da nuove strette, mentre il variabile trasferisce sul debitore il rischio di ulteriori aumenti dell’Euribor. La decisione dipende dalla capacità del bilancio familiare di sostenere le variazioni in cambio di un risparmio ormai ridotto.
Tensioni geopolitiche
La stretta potrebbe non essere l’ultima. Le curve forward, che riflettono le aspettative del mercato, indicano per fine 2026 un Euribor a un mese in aumento dal 2,32% al 2,69% e quello a tre mesi dal 2,65% al 2,90%. Se inflazione e tensioni geopolitiche restassero elevate, non sarebbe escluso un altro rialzo di 25 punti base entro fine anno o all’inizio del 2027. In questo secondo scenario, il Tan medio del variabile raggiungerebbe il 3,30%. A parità di tasso fisso, il divario si ridurrebbe ad appena 16 punti base. Sul finanziamento da 120 mila euro considerato in precedenza, la rata variabile salirebbe a 683 euro: soltanto 10 euro in meno rispetto ai 693 euro del fisso. Il risparmio complessivo sugli interessi si fermerebbe a poco più di 2.350 euro nell’arco dei vent’anni. Una differenza limitata, soprattutto se confrontata con la certezza della rata offerta dal fisso.
Non sorprende, dunque, che i finanziamenti a rata bloccata continuino a dominare. Nei primi otto mesi del 2026, secondo MutuiOnline.it, il fisso ha raccolto il 92,2% delle richieste, mentre al variabile è andato appena il 3,6%.
«Si tratta di una preferenza spiegabile con la maggiore tranquillità offerta da una rata costante per tutta la durata del finanziamento e da livelli di tasso che, pur in rialzo rispetto allo scorso anno, restano storicamente accettabili», osserva Matteo Favaro, coo e managing director Financial Products Italy della società. «Per chi cerca oggi stabilità, il tasso fisso resta dunque la soluzione più indicata, mentre il variabile può essere valutato da chi è disposto ad assorbire possibili aumenti della rata», aggiunge Favaro. È importante poi ricordare che la rata bloccata non impedisce di beneficiare di un’eventuale discesa dei tassi: con la surroga si può trasferire gratis il finanziamento a un’altra banca e ottenere condizioni migliori.
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