I numeri parlano chiaro, con tutti gli indicatori preceduti dal segno più. In Lombardia l’industria manifatturiera si è rimboccata ancora una volta le maniche ed è riuscita a confermare il proprio trend di crescita anche a fronte di una situazione internazionale caratterizzata da forti incertezze. Così, il comparto ha chiuso il 2025 con una produzione industriale in avanzamento dell’1,2 per cento rispetto all’anno precedente e con un fatturato in crescita del 2,5 per cento. Sono aumentati anche gli ordini interni (+1,1 per cento) e va segnalata un’incoraggiante espansione di quelli esteri: +3,1 per cento. Un dato, quest’ultimo, per nulla scontato viste le criticità dovute all’onda lunga delle guerre commerciali. Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, snocciola i numeri e non nasconde la soddisfazione: il sistema lombardo continua infatti a essere il motore economico dell’Italia e dell’Europa grazie a un tessuto imprenditoriale dinamico e resiliente, ma anche grazie a una traiettoria politica che sta dando i risultati sperati attraverso l’introduzione di nuovi strumenti di sostegno.
Assessore Guidesi, se l’aspettava?
«In verità sì, perché ogni giorno misuro sul campo la forza delle nostre imprese. Ancora una volta il sistema lombardo ha smentito le previsioni di sventura: i dati sono molto positivi, nonostante una situazione geopolitica di grande instabilità. La manifattura lombarda è sana, particolarmente attiva, e registriamo un suo deciso protagonismo negli investimenti anche a livello internazionale, soprattutto da parte delle realtà più strutturate. Per consolidare questa crescita dobbiamo continuare a fare la nostra parte, ma c’è anche bisogno di decisioni strutturali più ampie, ad esempio rispetto al tema dei costi energetici e alla maggiore disponibilità del credito. Perché oltre alle buone idee, ci vuole anche la liquidità necessaria per concretizzarle».
Regione Lombardia come sta incoraggiando questo percorso virtuoso?
«Abbiamo individuato un potenziale inespresso del nostro territorio nella mancata connessione tra le competenze d’eccellenza di cui già disponiamo. Per cui abbiamo lanciato le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), un modello di sviluppo che consentirà ai settori manifatturieri di avere una pianificazione strategica legata non solo ai piani industriali delle singole aziende ma anche a un piano strategico di tutto il territorio. Così imprese, università, enti pubblici, enti di formazione e realtà sociali potranno collaborare per lo stesso obiettivo, con una forte spinta all’innovazione. Questa pianificazione di medio e lungo termine ci consentirà di essere protagonisti anche nel futuro».
Quali settori trarranno maggior beneficio da questo nuovo paradigma?
«I benefici saranno particolarmente diffusi. Tra le principali manifatture coinvolte, penso alla meccatronica di Bergamo, alla cosmesi di Crema, alla microelettronica di Pavia, all’aerospazio di Varese, ma anche al tessile di Como. E non dimentichiamo la farmaceutica di Milano, il mobile e l’arredo di cui è espressione la Brianza, la siderurgia a Brescia o la manifattura per la diagnostica medicale. Ci immaginiamo una Lombardia che nel 2028 abbia una decina di ZIS in grado di essere punti di attrazione per l’occupazione, per i talenti e gli investimenti. Siamo convinti di poter diventare un punto di riferimento a livello europeo».
L’orizzonte è chiaramente internazionale: i dazi non fanno più paura?
«La fase di instabilità purtroppo prosegue. I dati sono positivi, l’export va bene anche verso gli Stati Uniti e in alcuni casi supera le aspettative, però noi abbiamo bisogno di stabilità per poter programmare a medio e lungo termine. Anticipare i tempi ci dà competitività, ma questo lo si può fare solo con l’innovazione e gli investimenti. Al momento, tuttavia, permangono vulnerabilità legate ad esempio all’inflazione ancora molto alta, alla scarsa sicurezza sulle materie prime, al prezzo dell’energia. Ciò nonostante, la Lombardia rimane locomotiva del Paese».
Il nuovo decreto energia metterà al sicuro le imprese?
«È senza dubbio un passo in avanti e ne vedremo gli effetti. A mio avviso mancano però delle scelte strutturali e ne va della competitività delle nostre aziende. Noi ne avevamo proposta una, che speriamo rientri nella discussione parlamentare per la conversione del decreto: in Lombardia abbiamo fatto un accordo sul prezzo tra produttori di energia e consumatori energivori. Serve più coraggio sia sul fronte interno sia su quello europeo, dove nello specifico sono state fatte scelte sbagliate e troppo aperte alla possibilità di speculazione finanziaria».
Bruxelles ancora una volta ci mette il bastone tra le ruote?
«Questa Commissione europea deve risolvere i danni combinati dalla precedente. Però non basta fare un correttivo sul precedente regolamento, serve piuttosto cambiare totalmente un’impostazione che non ci consente di raggiungere gli obiettivi ambientali né quelli competitivi. Sinora gli annunci di cambiamento sono stati tanti, ma i fatti davvero pochi e la profonda crisi dell’automotive rischia di diventare un precedente per altri settori. Le regioni più produttive d’Europa, tra cui la Lombardia, la Baviera, la Catalogna e il Baden-Württemberg, hanno fatto una serie di proposte concrete che ci aspettiamo vengano attuate. Siamo a un bivio e servono scelte veloci: o Bruxelles cambia passo o rischiamo davvero la desertificazione industriale».
Sullo stop ai diktat green l’Europa ha fatto un compromesso di facciata, senza invertire davvero la rotta. Teme che il medesimo paradigma venga applicato all’industria?
«La Commissione non ha fatto abbastanza, soprattutto sull’automotive. Ma c’è ancora spazio di manovra: ci sono ancora i passaggi in Consiglio e nel Parlamento europeo. Insieme al governo italiano, dobbiamo unire le forze per incidere e salvare l’industria. Con questa impostazione, l’automotive in Europa è destinata a scomparire e in gioco ci sono 13 milioni di posti di lavoro. L’attuale azione correttiva di Bruxelles, non sufficiente a cambiare davvero, costringe le aziende a interpretare le norme di parametrazione attraverso giuristi e consulenti: non è possibile lavorare così. L’Europa deve tornare a investire sulle persone e per farlo ci devono essere obiettivi chiari da perseguire attraverso l’ingegno e la capacità d’innovazione dei nostri ecosistemi. Il quadro normativo europeo confligge con la realtà e questo è un ostacolo alla competitività. Per questo auspico un forte stravolgimento dell’impostazione».
Il mondo del credito che ruolo gioca in questa partita?
«A livello europeo, il quadro regolatorio fornisce un alibi a quanti non vogliono fare credito e allo stesso tempo imbriglia quanti vorrebbero azionare le leve della crescita. Noi abbiamo suggerito che la Commissione europea possa riproporre il fondo di garanzia europeo fatto durante il periodo pandemico, rivelatosi uno strumento utile ad aiutare le imprese nell’accesso al credito e alla liquidità. Ma vanno anche cambiate alcune norme: se la filiale di un istituto di credito cooperativo ha le stesse regole di una grande banca internazionale, per la prima diventa complicato gestire l’attività dal punto di vista burocratico».
Il nostro sistema è abbastanza forte per destreggiarsi con successo in un contesto come quello delineato?
«La forte vocazione internazionale delle nostre imprese capofila resta un punto di forza decisivo. Allo stesso tempo emerge la necessità di accompagnare sempre di più le realtà meno dimensionate, nei percorsi di apertura ai mercati esteri, dove esistono ancora ampi margini di crescita. Proprio per questo stiamo lavorando su vari fronti: in Italia, a Bruxelles e sui principali tavoli internazionali. Aiutare le imprese significa anche semplificare il quadro normativo in cui operano, che spesso rappresenta un ostacolo allo sviluppo e all’innovazione. Lo stiamo facendo sia in favore dell’artigianato, sia a sostegno della manifattura. La sfida delle Zone di Innovazione e Sviluppo è il cambiamento di oggi affinché la Lombardia continui a essere locomotiva tra vent’anni».
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