Il lusso cresce, il lusso frena. Sull’andamento del comparto a vincere è l’incertezza. Per quanto riguarda l’Italia il settore dovrebbe comunque raggiungere entro l’anno un giro d’affari di 20,1 miliardi di dollari. Ma a livello globale la crescita sta rallentando. Secondo le stime più recenti il tasso di incremento nei prossimi tre anni non dovrebbe andare oltre il 3%, a causa soprattutto della minore spesa da parte di Cina ed Europa, che da sempre per il comparto sono i continenti trainanti.
A compensare la diminuzione della domanda tradizionale c’è in ogni caso quella dei Paesi emergenti, a partire da alcuni del Medio Oriente e soprattutto dell’India, che insieme dovrebbero superare da qui al 2031 i 24 miliardi di dollari di fatturato, con un aumento medio di oltre il 3,6%. Troppo poco rispetto a un trend che finora era cresciuto a tassi ben superiori.
Occorre però rilevare che a fronte del rallentamento di alcuni marchi tradizionali c’è la costante tenuta da parte della domanda generale e indifferenziata proveniente dai Paesi più ricchi del pianeta. In particolare a subire la flessione maggiore è stata la fascia media del mercato, a partire dalla moda che ha subito un calo dovuto alla diminuzione generalizzata del potere d’acquisto della clientela abituale. A questo va aggiunto che Stati Uniti e Cina, da sempre i Paesi trainanti, hanno registrato un brusco rallentamento della domanda, costringendo molti marchi a modificare le proprie strategie di prezzo, nonostante la presenza di uno “zoccolo duro” rappresentato dai cosiddetti top spender che non sembra abbiano cambiato atteggiamento.
Il calo degli acquisti si è verificato infatti soprattutto tra gli appartenenti al cosiddetto ceto medio, che hanno subito maggiormente la diminuzione del potere d’acquisto. Ecco i dettagli relativi ad alcune tra le principali aziende del settore.
Aeffe
Il titolo della società, attiva nella creazione, nella produzione e nella distribuzione di un’ampia gamma di prodotti, dal prêt-à-porter alle calzature, dalla pelletteria alla lingerie, sta vivendo una fase di forte volatilità. Di recente sono circolate voci di una possibile vendita del gruppo. Il che ha contribuito a sostenere la quotazione, salita a 0,17 euro. Il gruppo dispone di marchi di lusso come Moschino, Alberta Ferretti e Pollini. Secondo Teleborsa, le stime degli analisti indicano attualmente un target price medio di circa 0,51 euro.
Brunello Cucinelli
La casa di moda fondata dall’omonimo imprenditore, nota per la produzione di maglieria pregiata in cashmere, è controllata dalla famiglia Cucinelli attraverso la holding Foro delle Arti (precedentemente Fedone srl), che possiede il 50,05% del capitale sociale e il 64,91% dei diritti di voto. Il restante flottante è detenuto da investitori istituzionali, tra cui spicca Fmr Llcc con il 7,08%. Il titolo, che vale il 30% in meno rispetto a 12 mesi fa, scambia intorno ai 83 euro. Quanto ai giudizi degli analisti, il 9 marzo Hsbc aveva alzato a «buy» (comprare) la propria raccomandazione, mentre lo scorso 20 febbraio Berenberg aveva confermato il «buy» ma ridotto il prezzo obiettivo a 120 euro, lo stesso livello indicato da Ubs il giorno precedente.
Moncler
Capofila di un gruppo internazionale con sede in Italia, fondato nel 1952, produce e distribuisce direttamente collezioni di abbigliamento e accessori a marchio Moncler e Stone Island, attraverso i propri negozi a gestione diretta, ma anche attraverso esclusivi department store internazionali e negozi multimarca. Figura chiave di Moncler è l’imprenditore italiano Remo Ruffini, presidente e ad della maison di cui ha acquisito il marchio nel 2003 guidando il suo rilancio a livello globale, trasformandolo in un brand di lusso. Ruffini controlla l’azienda attraverso la società Double R (nuova denominazione della precedente Ruffini Partecipazioni Srl) e ha portato Moncler alla quotazione a Piazza Affari nel 2013. Il titolo segna un calo dell’8% circa nell’ultimo semestre e in crescita del 4,9% rispetto a un anno fa. Sono tutti positivi i giudizi più recenti giudizi da parte degli analisti. Il 23 giugno Citigroup aveva confermato il buy e ridotto a 62 euro il target price, mentre Morgan Stanley aveva alzato a equalweight il giudizio e a 57 euro il prezzo obiettivo.
Safilo
Azienda italiana leader nella produzione e distribuzione di occhiali da vista, da sole e sportivi, maschere da sci e caschi da sci e bicicletta, con sede amministrativa a Padova, è quotata a Piazza Affari dal 2005. Il titolo scambia in calo dell’11,53% nell’ultimo mese ma con una decisa performance positiva (+101%) rispetto a un anno fa. Tra gli analisti coro di giudizi positivi. Equita sim ribadisce «buy» anche se con prezzo obiettivo ridotto a 2,3 euro.
Salvatore Ferragamo
Casa di moda italiana attiva dal 1927, si chiama come il suo fondatore Salvatore Ferragamo. La società è leader nella creazione, produzione e distribuzione mondiale di collezioni di lusso di calzature, pelletteria, abbigliamento, prodotti in seta e altri accessori per uomo e donna, tra cui occhiali, orologi e profumi realizzati su licenza. I prodotti sono distribuiti attraverso una rete di negozi diretti (che sono ben 389), negozi monomarca gestiti da terzi e negozi multimarca. Il titolo è quotato nell’indice Ftse Italia Mid Cap di Borsa Italiana dal 29 giugno 2011. La società è controllata dalla famiglia Ferragamo tramite la holding Ferragamo Finanziaria che detiene oltre il 54% del capitale. La proprietà della “cassaforte” è suddivisa tra i vari rami della famiglia, con figure chiave nella governance del gruppo, come Ferruccio Ferragamo (ex presidente e presidente di Ferragamo Finanziaria) e Leonardo Ferragamo, presidente esecutivo. Quanto agli analisti, il 10 giugno scorso Citigroup aveva confermato il neutral e alzato il target price a 9,85 euro mentre il 15 maggio Equita sim aveva confermato il giudizio hold (mantenere in portafoglio) e ridotto a 7,3 euro il prezzo obiettivo.
Ferrari
La società in realtà dovrebbe appartenere al settore auto, ma per la sua particolarità di azienda dal marchio iconico viene anche collocata tra quelle del lusso. A metà setti[/TESTO-BASE]mana, nella mattinata di giovedì 25 giugno, il titolo veniva scambiato a 307,65 euro, in leggera crescita rispetto alla chiusura del giorno precedente. Gli analisti di Morgan Stanley avevano alzato lo scorso 15 giugno sia il giudizio sul titolo («overweight», sovrappesare) sia il target price (portato a 380 euro), mentre il 6 maggio Barclays e Bernstein avevano entrambe confermato i relativi giudizi («overweight» e «outperform» rispettivamente) riducendo però gli obiettivi di prezzo a 355 e 344 euro. Più indietro nel tempo (1 aprile di quest’anno) Ubs aveva anch’essa ribadito la raccomandazione «buy» ma aveva ridotto il prezzo obiettivo a 416,5 euro. Alla stessa data Bank of America e Jefferies si erano espresse con il buy, indicando entrambe un prezzo obiettivo di 350 euro. Prima ancora (20 marzo) Hsbc aveva confermato il giudizio hold (mantenere in portafoglio) riducendo però nel contempo a 330 euro l’obiettivo di prezzo.
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