Dietro la “succession” dell’impero fondato sessant’anni fa da Leonardo Del Vecchio si affaccia una domanda sempre più ricorrente: chi governa davvero Delfin? E nell’interesse di quale progetto industriale? L’assemblea della holding lussemburghese conclusasi martedì 30 senza una soluzione definitiva rappresenta soltanto l’ultimo capitolo di uno scontro che da mesi paralizza le decisioni della cassaforte degli eredi Del Vecchio. Una situazione che il mercato osserva con crescente attenzione. Delfin controlla infatti il 32,4% di EssilorLuxottica, possiede partecipazioni rilevanti in Generali, Mps-Mediobanca, Unicredit e amministra un patrimonio di circa 42 miliardi. La holding presenta debiti netti dell’ordine dei 3 miliardi e riserve stimate fino 7 miliardi, numeri che ne fanno una delle più solide realtà finanziarie europee. Eppure, proprio questa solidità non è bastata a evitare la fase di forte incertezza che sta attraversando.
Due protagonisti
Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare soprattutto a due protagonisti: Romolo Bardin e Rocco Basilico. Il primo è l’amministratore delegato di Delfin, il manager scelto da Leonardo Del Vecchio per garantire continuità alla holding; il secondo è uno degli eredi, quale figlio acquisito, entrati nella partita dopo la scomparsa del fondatore. Per ragioni diverse, entrambi sono diventati figure centrali nello stallo che ha accompagnato il tentativo di riassetto promosso da Leonardo Maria Del Vecchio. Il quarto figlio del fondatore, oggi chief strategy officer di EssiLux e presidente di Ray-Ban, aveva elaborato un progetto destinato a semplificare gli equilibri della holding. L’operazione prevedeva l’acquisto del 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola per un valore di circa 10 miliardi. In questo modo Leonardo Maria sarebbe salito al 37,5% del capitale, diventando il principale azionista di Delfin. Non avrebbe comunque avuto il controllo assoluto della società, poiché lo statuto continua a richiedere maggioranze qualificate per le decisioni strategiche. L’obiettivo dichiarato era però dare alla holding un socio di riferimento stabile, riducendo la frammentazione di un azionariato composto da otto eredi con interessi e sensibilità differenti.
La prudenza delle banche
Il progetto si è però scontrato con la prudenza delle banche. Un finanziamento di 10 miliardi richiedeva garanzie superiori al pacchetto azionario che Leonardo Maria era in grado di offrire. Di fronte a questo ostacolo, l’imprenditore non ha rinunciato a cercare una soluzione. L’ultima proposta è arrivata direttamente sul tavolo del consiglio di amministrazione di Delfin. L’ipotesi prevedeva un maggiore coinvolgimento della stessa holding, chiamata a prestare una garanzia che avrebbe consentito alle banche di completare l’operazione. In caso di eventuale default dell’acquirente, sarebbe stata Delfin a subentrare nella proprietà delle azioni, evitando che le quote finissero direttamente nelle mani degli istituti finanziatori. Ed è su questo passaggio che si è consumato uno dei momenti più delicati dell’intera vicenda.
Operazione bloccata
Romolo Bardin, unico amministratore dotato dei poteri di firma, ha votato contro il conferimento delle garanzie insieme ai consiglieri Aloyse May e Giovanni Giallombardo. Favorevoli si sono invece espressi Francesco Milleri, presidente di Delfin e amministratore delegato di EssilorLuxottica, e il consigliere indipendente Mario Notari. Il risultato è stato il blocco dell’operazione e il mantenimento dell’attuale assetto proprietario. Naturalmente ogni consigliere è chiamato a votare secondo il proprio convincimento e nell’interesse della società. Resta però il fatto che quella decisione ha impedito di verificare sul mercato la sostenibilità del progetto di riassetto e ha lasciato aperto il problema che intendeva affrontare: come garantire una guida stabile a una holding destinata altrimenti a trasformare ogni scelta strategica in una complessa mediazione fra otto soci.
Tensione
Non è la prima volta che il metodo di gestione attribuito a Bardin diventa motivo di tensione all’interno di Delfin. A gennaio, secondo ricostruzioni circolate negli ambienti finanziari, l’amministratore delegato avrebbe incontrato Andrea Orcel per valutare un’eventuale cessione della partecipazione detenuta da Delfin in Mps senza che l’iniziativa fosse stata preventivamente condivisa con il presidente della holding e con gli altri consiglieri. Un episodio che avrebbe ulteriormente complicato i rapporti con Milleri, già messi alla prova dagli sviluppi dell’inchiesta sul presunto concerto nel capitale del Monte dei Paschi.
Il ruolo di Rocco Basilico
Se Bardin rappresenta il punto di maggiore frizione sul piano della governance, sul versante dell’azionariato è stato però Rocco Basilico ad assumere un ruolo altrettanto decisivo. Pur non avendo alle spalle un diritto di sangue, e quindi un incentivo alla maggior prudenza rispetto agli altri eredi, Basilico ha proditoriamente impugnato le delibere approvate dall’assemblea del 27 aprile, quelle che avevano autorizzato la cessione del 25% di Luca e Paola Del Vecchio e l’innalzamento della distribuzione dei dividendi dal 10 all’80%, misura destinata anche a sostenere l’operazione proposta da Leonardo Maria. Prima ancora aveva chiesto che venissero definite le controversie relative al trasferimento dell’usufrutto della propria partecipazione in nuda proprietà. Alla contrarietà di Basilico, spinto a questa azione anche dal padre Paolo e dal suocero Tarak Ben Ammar, si è aggiunta anche quella del primogenito Claudio Del Vecchio – legato a Bardin da sempre – contribuendo ad aumentare la complessità di un dossier già reso difficile dagli aspetti finanziari.
Obiettivo stabilità
Presi singolarmente, tutti questi episodi possono trovare spiegazioni diverse, persino riprovevoli. Considerati nel loro insieme, restituiscono però l’immagine di una holding nella quale la questione della governance è diventata il principale fattore di incertezza. È un paradosso che sicuramente avrebbe sorpreso lo stesso Leonardo Del Vecchio. Il fondatore aveva costruito Delfin come uno strumento destinato a garantire stabilità nel lungo periodo e aveva affidato la gestione operativa a manager di sua fiducia proprio per evitare che le dinamiche familiari finissero per prevalere sugli interessi industriali. Una convinzione che Leonardo Maria ha di recente sintetizzato così: «Nessuno che si chiami Del Vecchio potrebbe mai pensare di dismettere le partecipazioni». Il destinatario? Rocco Basilico.
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