Cinture allacciate per chi investe sul petrolio. Al rally nel breve, seguirà un bear market nel medio lungo termine. Il petrolio insomma non smetterà di andare sull’ottovolante e sarà protagonista, nel 2026, di trend contrastati e altamente speculativi. Due i fattori in gioco: lo Stretto di Hormuz e la decisione degli Emirati Arabi di abbandonare dal primo maggio Opec e Opec+. Leggendo i prezzi, il rally degli ultimi giorni è frutto «più dei colli di bottiglia che dalla scarsità reale», spiega Goldman Sachs in un report.
Il mercato petrolifero globale si trova in una fase di forte tensione, in cui le logiche tradizionali di domanda e offerta sono temporaneamente distorte dagli eventi geopolitici. Tra questi, spicca la decisione degli Emirati Arabi Uniti: un passaggio che mette in discussione uno dei pilastri storici del controllo dell’offerta globale. Nonostante questo, il mercato non sta reagendo con un calo significativo dei prezzi. «Il motivo è che oggi il vero vincolo non è la produzione, ma la distribuzione: lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici, resta al centro delle tensioni, rendendo difficile far arrivare il greggio sui mercati», aggiunge Goldman Sachs.
Il «premio di guerra»
Il risultato è un prezzo che incorpora un vero e proprio «premio di guerra», mantenendosi sopra i livelli giustificati dai fondamentali (tendenzialmente ben sopra i 100 dollari, con punte fino a 120).
In prospettiva, «l’uscita degli Emirati mette in discussione la capacità dell’Opec di stabilizzare i prezzi», commenta Equita spiegando che «con una produzione pre-conflitto di circa 3,5 milioni di barili al giorno, terza all’interno dell’Opec dopo Arabia Saudita e Iraq, Abu Dhabi era uno dei pilastri del sistema, contribuendo a circa il 14-15% dei volumi soggetti a quote. Ma soprattutto, era uno dei pochi Paesi con significativa capacità inutilizzata, insieme con Arabia Saudita e Kuwait. Questo rende la decisione ancora più significativa: non si tratta di un attore marginale, ma di uno dei pochi in grado di aumentare concretamente l’offerta».
Nonostante il potenziale aumento dei barili sul mercato, il mercato nel breve periodo resta rigido. Gli Emirati hanno investito per portare la propria capacità produttiva verso i 5 milioni di barili al giorno, ma la produzione attuale è ancora ben al di sotto dei livelli pre guerra.
Il rimbalzo
«L’immediato calo del Brent ha mostrato il primo istinto del mercato: più barili dagli Emirati Arabi Uniti potrebbero significare più offerta e prezzi più bassi. Ma il rimbalzo ha raccontato anche l’altra metà della storia. La capacità extra non diventa istantaneamente un’offerta priva di rischi quando le strozzature regionali e le minacce alla sicurezza rimangono in primo piano», spiega Sam North di eToro. Insomma, gli Emirati hanno ancora le mani legate.
Nel medio-lungo periodo, però, il mercato rischia di diventare più competitivo e meno stabile. «L’Opec ha visto ridursi negli anni la sua importanza per la crescita della quota di produttori non aderenti, primo fra tutti gli Stati Uniti, ma anche per il cambiamento energetico e lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Ciononostante, l’Opec conserva un ruolo centrale e la novità è di potenziale impatto», spiega Marco Vailati, responsabile ricerca e investimenti di Cassa Lombarda.
Con meno vincoli, Abu Dhabi potrà gradualmente aumentare la produzione. Ma il punto centrale è un altro: l’indebolimento del sistema Opec+. Con un membro chiave in uscita, la capacità del cartello di agire come stabilizzatore dei prezzi si riduce. Questo potrebbe incoraggiare comportamenti meno disciplinati anche da parte di altri produttori. Nel tempo, il mercato potrebbe quindi passare da un modello gestito a uno più competitivo, con prezzi più esposti alle dinamiche di domanda e offerta e meno sostenuti da interventi coordinati. Il prezzo scenderà verso i fondamentali, ma con oscillazioni più ampie.
Il fronte Yemen
Nel lungo periodo, le implicazioni sono più pesanti: un cartello strutturalmente più debole, una possibile defezione del Kazakistan, prezzi più morbidi ma maggiore volatilità alla riapertura di Hormuz, e un ordine nel Golfo in cui sarà la rivalità saudita-emiratina, non l’unità, a definire il panorama post bellico», commenta Roberto Rossignoli, senior portfolio manager di Moneyfarm.
«L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec conferma la nostra visione a lungo termine sul mercato petrolifero, dove l’ampia offerta e l’aumentata concorrenza mantengono i prezzi stabili intorno ai 60 dollari statunitensi, una situazione emersa lo scorso anno e che molto probabilmente tornerà a verificarsi una volta superate le attuali turbolenze geopolitiche», spiega Norbert Rücker, head economics di Julius Baer.
In fondo, «l’uscita dall’organizzazione, motivata anche per contrasti con l’Arabia Saudita (sono su schieramenti opposti in Yemen come in altre alleanze militari in giro per il mondo), è la via per aumentare la produzione dai 3,6 milioni di barili al giorno pre guerra ai potenziali 4,65 milioni. Non sarà comunque una crescita istantanea, anche perché, a causa della guerra, si parte da 2,16 milioni di barili/giorno di marzo», conclude Vailati.
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