Le mietitrebbie hanno appena iniziato a entrare nelle risaie del Nord Italia, ma la campagna del riso 2026 parte con più interrogativi che certezze. Dopo un’estate segnata dalla scarsità d’acqua, dalle alte temperature e da fenomeni meteorologici estremi, la trebbiatura dovrà trasformare in numeri le preoccupazioni. E stabilire quanto il clima abbia sottratto al raccolto. Il primo banco di prova è tra Piemonte e Lombardia, cuore della risicoltura italiana ed europea. Qui l’acqua non è solo uno dei fattori produttivi: è l’infrastruttura essenziale di un sistema agricolo che disegna il paesaggio e alimenta una filiera nella quale l’Italia detiene una leadership continentale, rappresentando oltre la metà della produzione risicola dell’Ue. Nel Pavese, prima provincia risicola d’Europa con oltre 80 mila ettari coltivati, e nelle risaie piemontesi la gestione della risorsa idrica è diventata sempre più complessa.
«Siamo appena agli inizi della trebbiatura, che entrerà nel vivo nei prossimi giorni, tempo permettendo. E quest’anno partiamo con più domande che certezze», spiega Cristina Brizzolari, risicoltrice e presidente di Coldiretti Piemonte. «La siccità si è vista, il caldo si è sentito e il maltempo ha lasciato il segno. Ora dobbiamo capire quanto tutto questo peserà sulla bilancia. Le impressioni maturate durante l’estate devono confrontarsi con i numeri dei campi: l’incognita è capire quanto gli stress subiti dalla pianta si siano tradotti in una perdita di produzione. In alcune aree, a partire dalla Baraggia, abbiamo già registrato situazioni di forte sofferenza idrica, con il rischio di perdite che possono arrivare anche al 40%. Ma il quadro è estremamente diversificato e sarà la trebbiatura a darci la misura reale dell’annata».
La questione non si esaurisce nella quantità d’acqua disponibile. Il riso è particolarmente sensibile agli stress termici e idrici in alcune fasi del proprio sviluppo. È quanto accade soprattutto tra la cosiddetta “botticella” e la fioritura, quando temperature troppo elevate associate alla carenza d’acqua possono compromettere la fecondazione. Il risultato può essere un aumento della sterilità dei fiori e dunque la presenza di spighette vuote. Un danno che emerge in tutta la sua dimensione solo quando si verifica quante cariossidi si siano formate.
A questa incognita si sommano gli eventi estremi. Piogge intense, vento e grandine, quando arrivano nella parte finale del ciclo colturale, possono provocare allettamento delle piante, perdita del chicco e deterioramento della qualità. È la fotografia di un’agricoltura chiamata sempre più spesso a confrontarsi non con una singola emergenza, ma con la sovrapposizione di eventi climatici differenti. Prima che dalle risaie arrivi un numero significativo di pesate, le prime valutazioni indicano un possibile calo medio nell’ordine del 15-25% rispetto a un’annata normale, con differenze molto marcate tra territori e aziende. Una stima che dovrà essere verificata nelle prossime settimane e che proprio per questo va considerata ancora provvisoria.
Il clima, però, è soltanto una parte dell’equazione. Il paradosso della campagna 2026 è che il possibile ridimensionamento del raccolto arriva in una fase in cui i produttori devono già fare i conti con il crollo delle quotazioni. Nella campagna commerciale 2025-2026 sono arrivati in Italia oltre 190 milioni di chili di riso straniero, con quattro confezioni importate su cinque provenienti dall’Asia. Secondo Coldiretti, il boom delle importazioni, cresciute del 20%, ha contribuito ad alimentare un eccesso di offerta che ha spinto al ribasso i prezzi riconosciuti agli agricoltori. Per alcune delle varietà simbolo del risotto italiano, come Arborio e Carnaroli, già nella prima parte dell’anno le quotazioni avevano registrato riduzioni comprese tra il 40% e il 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.
È un cortocircuito: da un lato le imprese sostengono costi crescenti per gestire acqua, energia, fertilizzanti e difesa delle colture; dall’altro vedono comprimersi il valore del prodotto. Se a questo si aggiunge una contrazione delle rese, il problema non è più soltanto agronomico, ma riguarda direttamente la redditività e la capacità delle aziende di programmare gli investimenti.
«Non possiamo chiedere alle imprese italiane di produrre rispettando standard ambientali, sanitari e sociali sempre più elevati e contemporaneamente lasciarle competere con prodotto proveniente da Paesi nei quali non valgono le stesse regole», sottolinea Brizzolari. «Difendere il riso italiano non significa chiudere il mercato, ma garantire reciprocità e trasparenza. Servono controlli sull’origine sempre più efficaci, anche attraverso strumenti innovativi come la mappatura isotopica, genomica e la risonanza magnetica, contratti di filiera capaci di assicurare un’equa distribuzione del valore e politiche europee che non penalizzino chi produce qualità. E sul fronte climatico dobbiamo uscire dalla logica dell’emergenza: occorre un piano degli invasi, insieme alla ricerca e alle tecniche di evoluzione assistita, per avere varietà sempre più capaci di affrontare caldo, siccità e nuove fitopatie. La sfida è tenere insieme reddito degli agricoltori, sicurezza alimentare e adattamento climatico».
È su questo terreno che Coldiretti ha portato al tavolo nazionale della filiera risicola la richiesta di un pacchetto di interventi: un bando da 12 milioni di euro per destinare riso italiano alle famiglie in difficoltà, un fondo per i contratti di filiera nell’ambito del Fondo Sovranità alimentare, maggiori controlli sull’origine, investimenti nella ricerca, infrastrutture per l’acqua e un rafforzamento del sostegno al settore nella futura Politica agricola comune.
La pressione sul settore non si gioca soltanto nelle risaie tra Vercelli, Novara e Pavia. Il riso è una commodity globale e basta uno squilibrio produttivo in uno dei grandi Paesi esportatori per modificare rapidamente gli scenari internazionali. Gli occhi sono puntati soprattutto sull’India, primo esportatore mondiale e dunque uno dei principali regolatori dell’offerta globale. Anche qui il clima sta introducendo una variabile importante. Il monsone 2026 è risultato particolarmente debole: le precipitazioni dall’inizio della stagione sono state inferiori alla media e il rafforzamento di El Niño alimenta le preoccupazioni. Le piogge di settembre sono decisive perché molte colture estive, compreso il riso, attraversano fasi cruciali per la formazione delle rese.
Questo non significa comunque necessariamente che il riso sia destinato a rincarare. L’andamento dei prezzi dipenderà dalle scorte, dalla domanda, dalle produzioni degli altri grandi esportatori e soprattutto dalle eventuali decisioni commerciali dei governi. Ma un possibile ridimensionamento dell’offerta indiana rappresenta una variabile da seguire con attenzione proprio per il peso che Nuova Delhi esercita sugli equilibri mondiali. È anche per questo che la questione della sicurezza alimentare torna a intrecciarsi con quella della capacità produttiva europea. Se il cambiamento climatico rende più instabili le produzioni mondiali, mantenere una filiera risicola forte non è soltanto una questione di tutela di una produzione tradizionale, ma assume un valore strategico.

Il tema sarà inevitabilmente al centro anche di Risò – Festival Internazionale del Riso, in programma a Vercelli fino a domenica, appuntamento che riunisce produttori, istituzioni e operatori del settore. Il festival arriva proprio mentre le mietitrebbie iniziano a dare le prime risposte sull’annata. Ma al di là dei dati che emergeranno dal raccolto 2026, il nodo è ormai strutturale. Gestire meglio l’acqua, accumulandola nei periodi di maggiore disponibilità; accelerare sulla ricerca genetica e sulle Tea; proteggere il valore delle produzioni con accordi di filiera; assicurare reciprocità negli scambi internazionali e strumenti adeguati nella Pac. Perché il futuro del riso italiano si gioca contemporaneamente su tre fronti: nei campi, sul mercato e nella capacità di adattarsi a un clima che sta cambiando più velocemente dei cicli di investimento dell’agricoltura. E la trebbiatura che comincia in questi giorni dirà quanto questa sfida sia già entrata nel presente.
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