Trecentocinquantuno milioni. È una massa enorme, spesso silenziosa, ma assolutamente vitale. Stiamo parlando delle piccole e medie imprese sparse per tutto il globo: il motore che tiene in piedi l’economia mondiale. Un motore spesso dimenticato perché scompare in confronto ai titoli dei colossi tecnologici, ai giganti dell’auto o i signori dei microprocessori. Se guardiamo all’Italia, i numeri parlano di una simbiosi quasi totale che spiega, nero su bianco, come mai il tessuto imprenditoriale del Belpaese è tutto nelle mani delle pmi: 4,7 milioni di imprese (includendo le micro) che rappresentano il 99,9% del tessuto produttivo, generano oltre il 60% del valore aggiunto nazionale e danno lavoro a tre quarti della popolazione attiva. Dati simili si riscontrano negli Stati Uniti, dove, accanto ai nomi più conosciuti, 36 milioni di piccole imprese costituiscono l’ossatura del sistema privato.
Scenario di eccellenza
Eppure, in questo scenario di eccellenza, si consuma un paradosso. «La tecnologia ha tradito le aziende che tengono in vita il nostro mondo», esordisce Michela Andreolli, fondatrice di Arke. «I produttori, quelli che costruiscono e fanno avanzare la realtà fisica, sono stati lasciati indietro. Abbiamo dato loro strumenti che lavorano contro di loro, non per loro».
Per decenni, e in molti casi ancora oggi, il vero sistema operativo delle piccole medie imprese non è stato il sofisticato software gestionale venduto dalle multinazionali, ma il caro, vecchio foglio Excel. Fragile, caotico e soprattutto isolato dalle novità tecnologiche. Un sintomo evidente di come l’industria del software, quella che dovrebbe essere in grado di rivoluzionare il mondo, abbia fallito nel comprendere chi sta “in officina”.
Ingegnere industriale
Michela Andreolli, ingegnere industriale con un curriculum costruito tra Milano, Berlino e i corridoi di colossi come Amazon, Sap e Google, ha vissuto questa frustrazione in prima persona. «Nelle Big Tech c’è un potenziale tecnologico immenso, ma è slegato dalle aziende che ne avrebbero davvero bisogno per dare un contributo ancora più importante all’economia. Abbiamo creato prodotti chiusi in un ufficio, senza mai scendere in fabbrica, e poi ci siamo lamentati se non venivano adottati». Proprio da questa rottura nasce Arke. Con un round di investimento da 1,7 milioni di euro raccolto a fine 2024, la startup si è posta un obiettivo ambizioso: rivedere l’anima della manifattura, mantenendo gli ideali, ma rendendola tecnologica. La soluzione non è un nuovo gestionale, ma una tecnologia “camaleontica” capace di adattarsi al disordine creativo del mondo fisico per poi ordinarlo e spingerlo verso il futuro.
Il tempismo non è casuale. Il fenomeno del reshoring sta riportando la produzione in Occidente: dall’Italia agli Stati Uniti, la manifattura sta tornando a casa, ma con sfide nuove, uguali per tutti i Paesi. «Una fabbrica può lavorare allo stesso modo in ogni parte del mondo, ma oggi la crescita veloce rischia di essere un limite se non si hanno gli strumenti adeguati. Scalare senza far crescere i costi allo stesso ritmo è la vera sfida», spiega Andreolli.
Aiuto pratico
In questo contesto, il protagonista non può che essere l’intelligenza artificiale, ma non come la intendiamo di solito. Per Arke, l’IA non deve servire a chi scrive mail, a chi passa la vita chiuso in un ufficio, ma a chi trasforma la materia e ha bisogno di un aiuto pratico e quotidiano, un mezzo per lavorare meglio. «Mi preoccupava che l’IA rimanesse confinata nei computer di chi fa lavoro d’ufficio. Io voglio che arrivi nelle mani di chi tocca il mondo che ci circonda», ha infatti sottolineato la fondatrice di Arke.
Nel pratico, non esiste una ricetta perfetta che può funzionare in ogni azienda, il segreto è trovare gli ingredienti giusti per ogni progetto, mettendosi in gioco prima ancora di aver trovato una soluzione. Il processo inizia con un dialogo profondo, quasi un’analisi psicologica dell’impresa. «La cosa più importante sono le domande che facciamo», racconta Andreolli. «Dobbiamo far emergere i punti di decisione implicita. Spesso un’azienda che lavora allo stesso modo da vent’anni non sa spiegare perché lo fa, lo fa e basta».
I flussi
Una volta compresi i flussi, Arke orchestra i dati di tutti i dipartimenti, dagli acquisti al magazzino, passando anche per produzione, vendite e così via. Il primo step da fare? Offrire le risposte giuste alle domande che gli imprenditori si pongono, prima ancora che gli vengano in mente, e sulle quali costruiscono la giornata lavorativa. Cosa devo fare oggi per evadere gli ordini? Quanti ordini devo produrre e in quale ordine devo farlo? Qual è l’efficienza che possiamo raggiungere? L’obiettivo finale è l’eliminazione del “data entry”, quel lavoro alienante di inserimento dati che ruba tempo e che, spesso, viene fatto in modo distratto e incompleto. Facciamo un esempio pratico: mando una mail al cliente con gli ordini richiesti, discuto con i miei colleghi sui dati di magazzino e fotografo tutti gli ordini evasi. In un simile scenario Arke si forma, raccoglie informazioni e le organizza. Con integrazioni vocali, mail e foto, ogni dipendente può comunicare con la piattaforma in modo naturale e senza nessun sforzo aggiuntivo. In questo modo Arke svolge, sullo sfondo, tutte le operazioni di routine.
Dalla nautica all’abbigliamento
Oggi Arke è già realtà in 15 aziende italiane che spaziano dai filati alla nautica, dall’abbigliamento sportivo ai grandi brand. È un ecosistema che non conosce confini geografici, con clienti che iniziano a interessarsi anche dal Nord America. La visione di Michela Andreolli è di lungo periodo, una rarità nel mondo “mordi e fuggi” delle startup. «Il mio orizzonte è molto lungo. Se anche mi servissero quarant’anni per cambiare la manifattura, sono disposta a farlo. Voglio ribaltare la narrativa per cui tech e fabbrica sono nemici. Le pmi vogliono digitalizzarsi, basta usare il linguaggio corretto». Perché se l’IA non arriva nelle mani di chi produce, allora, per dirla con le parole di chi la fabbrica la vive ogni giorno, è semplicemente inutile.
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